di Giustino Parisse
ONNA. Nella chiesa squarciata dal terremoto, sull’altare che non è più al suo posto, c’è un bambinello di gesso con un angioletto a fianco. Sono rimasti lì, muti testimoni di un Natale che non ci sarà. Almeno non lì, dove per secoli gli onnesi hanno pregato, cantato e sperato. Il silenzio è rotto dai rumori del lavoro dei vigili del fuoco che stanno coprendo una parte della facciata quattrocentesca per evitare che neve e pioggia facciano altri danni.
Ieri mattina non mi ero accorto della nevicata. Nelle casette di legno del nuovo villaggio di Onna, se piove, il ticchettio sul tetto ti accompagna nella notte durante i mille tentativi di assopirti dopo aver scacciato i brutti pensieri. Ma la neve no. Non si sente.
Poco dopo le otto è giunto un messaggio sul telefonino. Era un breve lancio di agenzia: “Maltempo. Neve all’Aquila, il sindaco ha deciso di chiudere le scuole”.
Nell’altra vita non sarebbe servita l’agenzia per avvertirmi che le scuole erano state chiuse. Sarebbero stati Domenico e Maria Paola a mandarmi l’sms, oppure sarebbero tornati a casa a sorpresa bombardandomi con la solita domanda: ma le scuole sono chiuse anche domani? E io a dire loro: non lo so, lo deciderà il sindaco ma solo se continua a nevicare. E ancora: ma tu che lo conosci telefona al sindaco, digli che noi domani vogliamo stare a casa a fare i pupazzi di neve in giardino. E così per tutta la giornata: ogni mezzora un messaggio sul cellulare: e allora che dice Cialente? (prima del 2007 era: che dice Tempesta?).
Ieri mattina a casa non è t
ornato nessuno. Sul telefono non c’erano i messaggi che avrei
voluto ricevere. E a quel punto il buio è calato come una cappa
nera e indistinta e il vuoto è ricomparso dentro un tunnel senza
fondo.
Mi sono alzato dal letto, e da dietro i vetri della finestra ho
visto il villaggio di legno. Imbiancato. Non mi ha fatto lo stesso
effetto di quando la neve copriva le strade e i tetti del paese
sparito il sei aprile alle 3.32. Quella nuova immagine, molto
simile a un gigantesco presepe, mi ha dato la sensazione della
provvisorietà. Come se non mi appartenesse. Per esempio non vedo i
comignoli. Nel vecchio borgo di pietra e cemento il fumo ti dava l’i
dea di cosa stesse succedendo là fuori. Se ce ne era tanto era
segno di una giornata fredda. Se faceva le giravolte era il vento
che aveva preso il sopravvento. Poco dopo le 10 è arrivata da Roma
Gabriella Montali, una collega del settimanale «Oggi» con il
fotografo Maurizio Di Stefano. Mi hanno chiesto di tornare nel
centro storico di Onna per documentare il Natale nel paese simbolo
del terremoto. Scortati dai vigili del fuoco siamo entrati da via
dell’Arco.
Non c’è verso: dal sei aprile fra quelle macerie ci sono andato
decine di volte, eppure non riesco ad abituarmi all’orrore. Mi
hanno impressionato, ancora più di tutto il rimasto, i vuoti. Lì
dove c’era una casa ora, semplicemente, non c’è più nulla. Alcune
abitazioni sono state demolite e qua e là i vigili del fuoco sono
riusciti a togliere anche le macerie. Immagino quello che potrà
essere fra sei mesi o un anno: quando tutto o quasi sarà stato
rimosso e portato via quella frase “il paese che non c’è più” non
sarà solo una metafora di un evento tragico: sarà la tragica
realtà.
Salgo sulla montagnola di macerie che circondano la piazza della
chiesa. Una volta fra quei sassi c’era la vita: Silvana, Vittoria,
Lisa, Pina, Berardino, Luana, Edvige, Paolo, Emma, Stefania,
Assunta. Quella notte quei sassi sono stati l’arma letale scatenata
dalle forze della natura. Ho nella mente una immagine della festa
del Corpus Domini del 2008: l’ultima. La signora Vittoria aveva
messo sulla balconata del terrazzo alcune coperte rosse con una
croce bianca al centro. Era la scenografia che si aggiungeva al
palcoscenico di un borgo che sembrava senza tempo: c’era stato, c’e
ra, ci sarebbe stato. No. Dopo il sei aprile il tempo ha detto
stop.
La neve copre il grigio e il marrone: il colore delle case
disfatte. Ma non copre la desolazione. Rivedo palazzo Zuppelli,
costruito a cavallo fra il 1700 e il 1800: sbriciolato. Poi ci
incamminiamo lungo via dei Calzolai, la strada di casa mia. Anche
qui ogni sasso racconta una vita: Antonio, Ludovica, Fabiana,
Antonio, Alessandro, Lorenzo, Domenico, Maria Paola, Domenico,
Maria, Dora, Giovanna, Dina.
Mi fermo un attimo sotto quella che era stato il nido dei miei
genitori e dei miei figli. Sulla porta della cameretta di Domenico
non c’è più il piccolo canestro: la pioggia e il vento se lo sono
portati via. Mi piace pensare che, chissà da dove, l’abbia
richiesto lui per continuare a giocare come faceva quando voleva
rilassarsi un po’. Illusione? Forse. Ma questo mi resta. Almeno la
speranza lasciatemela. In fondo a via dei Calzolai, all’incrocio
con via Oppieti vedo Paolo, il priore della Congregazione della
Madonna delle Grazie. E’ con il figlio Francesco.
Stanno guardando il “forbicione” dei vigili del fuoco che strappa
le ultime “carni” della loro casa. Negli occhi di Paolo c’è la
malinconia per un mondo che se ne va. La grossa forbice afferra l’a
rmadio. Lo spezza. Il legno precipita giù e finisce nel
mucchio.
Risalgo lungo via dei Martiri: Fabio, Daniele, Giuseppina,
Susanna, Benedetta, Andrea. Il rosario della morte è sempre lì. Ed
è ancora lungo. Ogni strada ha la sua pena.
La neve coprirà per qualche giorno i resti del borgo. Eppure sento
che la vita, là sotto, non molla. Risalirà.
15 dicembre 2009