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L’AQUILA. Macerie fuori regione. Mentre, 8 mesi dopo il terremoto, i centri storici sono ancora pieni di materiali derivanti dai crolli, mentre c’è un solo sito per la selezione e le verifiche sugli altri richiedono tempi lunghi, arriva una proposta che potrebbe accelerare i tempi della ricostruzione. L’idea è del presidente dell’Ordine degli ingegneri Paolo De Santis: «Bisogna accelerare la rimozione».
TRE MILIONI. Per smaltire tre milioni di metri cubi di macerie (secondo alcune previsioni 1,5 milioni sono derivanti da crolli e demolizioni e 1,5 milioni da ristrutturazioni), per un peso complessivo di circa 4 milioni di tonnellate, si cercano almeno cinque siti di deposito temporaneo, nell’Aquilano, dove poter effettuare il trattamento. Attualmente, infatti, funziona soltanto il sito dell’ex Teges, dove vengono selezionate 500 tonnellate al giorno. Tuttavia, l’unico sito non basta a garantire un rapido sgombero delle strade e delle piazze ancora piene di detriti. E infatti, come contenuto nelle schede redatte dal comitato tecnico, sono stati avviati, nei giorni scorsi, i primi interventi sull’ex Teges riguardanti la viabilità, con una nuova progettazione e l’avvio degli espropri di alcune aree sulle quali apportare delle migliorie indispensabili per non paralizzare l’attività di trattamento.
NO ALL’AMPLIAMENTO. Ma contro espropri e ampliamento dell’impianto si sono levate voci di dissenso da parte di esponenti degli usi civici di Paganica. «La zona», ha dichiarato Roberto Romanelli, «risulta, a oggi, l’unica area ri
masta a vocazione agricola per le numerose aziende zootecniche
presenti sul territorio. L’utilizzo dell’ex cava Teges per lo
smaltimento delle macerie, a scapito di progetti già intrapresi,
quali, per esempio, la realizzazione di un bacino idrico, non è
stata posta in discussione in considerazione dei princìpi di mutuo
soccorso per l’intera collettività aquilana, dettati dalla
necessità post-sisma. Tuttavia, considerata la già vasta estensione
dell’ex cava, nonché la funzionalità del sistema viario, si chiede
che non vengano effettuati nuovi espropri in danno degli esigui
appezzamenti agricoli rimasti, avendo premura, sin da ora, di
tenere conto della natura della zona e, soprattutto, di quello che
dovrà essere il ripristino definitivo della cava, nel rispetto del
contesto ambientale».
FUORI REGIONE. Nel dibattito si inserisce la proposta del
presidente dell’Ordine degli ingegneri Paolo De Santis, il quale
chiama in causa direttamente i cavatori e i titolari di imprese
edili di fuori regione, ma anche delle altre province abruzzesi. «L’
Aquilano è una zona ricca di cave», sostiene De Santis. «In
passato questo territorio è stato abbondantemente depredato da
ditte che sono venute a prelevare da qui materiale inerte creando
quelle ferite che ancora si notano nelle nostre montagne. A questo
punto, per risolvere il problema delle macerie, che sono tutte
ancora ferme e per le quali non si trovano ancora siti alternativi
a quello attualmente utilizzato per il trattamento, bisognerebbe
far accollare, alle ditte che qui hanno soltanto preso, una
percentuale di macerie almeno pari agli inerti che sono stati
portati via in maniera indiscriminata dalle nostre cave. In questo
modo si risolverebbero una serie di problemi, a partire da quello
del trasporto fino a quello del trattamento delle macerie e del
deposito del materiale già trattato. Non vedo perché», prosegue il
presidente dell’Ordine degli Ingegneri dell’Aquila, «un territorio
come il nostro, già profondamente ferito, anche sotto il profilo
ambientale, da prelevamenti massicci portati avanti per lunghi
anni, debba, ora, essere intasato di ulteriori quantitativi di
materiale che potrebbe essere destinato ad altre soluzioni. Una
decisione immediata sullo spinoso argomento dello smaltimento delle
macerie è quantomai necessaria per evitare che la paralisi della
rimozione possa essere di ostacolo all’importantissima e
indifferibile fase della ricostruzione».
LA SITUAZIONE. Mentre sono in corso i contestati lavori
sul sito ex Teges, c’è attesa per conoscere l’esito delle visite
ispettive effettuate dai tecnici di Ispra e Arta sui sette siti
selezionati a fronte delle 17 proposte arrivate alla Regione da
amministrazioni e da privati che hanno messo a disposizione delle
aree per la selezione e il deposito di materiali inerti. Il Comune
di Pizzoli ha proposto i siti di Sant’Antonio, Acquafredda, Villa
Mazza, San Mauro-Pozza e San Mauro-Cermone. Si tratta di ex cave da
ripristinare dal punto di vista ambientale mediante il riempimento
con materiali già trattati. Questo non esclude che, in certi casi e
se sussisteranno le condizioni, qualche sito non possa essere
ritenuto idoneo anche per il trattamento, il vero problema. In
corso di valutazione anche due siti di privati: Edilizia generale D’
Amico di Casoli (sito San Lorenzo di Barisciano) e Bleu di
Lanciano (sito Barisciano e Castelnuovo). Sotto esame anche un sito
a Bazzano, oltre a quelli di Barisciano che vengono tenuti in
grossa considerazione per la presenza di «condizioni ideali» (ex
discarica pubblica, ampia area pubblica antistante, discarica di
inerti operativa) per lavorare i resti derivanti da crolli. Molti
dei siti sono, in realtà, cave attive o dismesse.
TRECENTO CAVE. In Abruzzo ci sono 300 cave, la metà delle
quali sono funzionanti, secondo fonti della Regione. Tuttavia,
anche se era previsto da una legge del 1983, manca ancora un piano
delle cave, strumento quantomai indispensabile per poter affrontare
una tale emergenza. La Regione, per ora, ha avviato un programma
che dovrebbe portare alla redazione del piano, 26 anni dopo la
norma che ne prevedeva la realizzazione. Intanto, l’annunciato
decreto legge che avrebbe dovuto comprendere anche provvedimenti
sulle macerie del terremoto, compresa una semplificazione di
carattere normativo richiesta da più parti, è rimasto soltanto alla
fase dell’annuncio. Secondo indiscrezioni, all’articolo 1 dell’a
tteso decreto ci sarebbe una richiesta di fondi pari a 30 milioni
di euro per la realizzazione di discariche.
14 dicembre 2009