di NINO MOTTA
Gli scavi archeologici nella Marsica e nell’Aquilano negli ultimi dieci anni. A farne il punto, archeologi italiani e stranieri in un convegno al Castello Orsini di Avezzano, organizzato dall’Archeoclub.
Impossibile dare conto di tutti i tesori venuti alla luce. Questo però non toglie nulla alla straordinaria importanza di tali ritrovamenti. Che consentono di ricostruire la storia degli insediamenti umani nell’Abruzzo interno, in particolare nel Fucino, e di cogliere i rapporti con le genti della costa. Dalle nuove scoperte archeologiche, dunque, il patrimonio storico-culturale abruzzese ne risulta arricchito. Una ragione di più perché le migliaia di reperti venuti alla luce non vadano disperse.
«Da qui la necessità», sottolinea Umberto Irti, presidente dell’Archeoclub della Marsica e promotore del convegno, «di istituire dei musei, indispensabili per la tutela di tale patrimonio. Il convegno», osserva, «è stato un evento culturale di grande spessore, sia per la qualità delle relazioni che per la partecipazione. Molte le novità scientifiche emerse, a comiciare dalle datazioni radiometriche, che permettono di ricostruire la cronologia delle varie fasi culturali.
«Ora», conclude Irti, «si pone il problema della conservazione dei reperti e della diffusione delle conoscenze acquisite».
Già, ma come? Vediamo qual è la situazione nella Marsica.
Un museo dovrebbe sorgere ad Alba Fucens, dove negli ultimi due anni gli scavi, coordinati dalla Soprintendenza, ed eseguiti anche da archeologi delle università di Bruxelles e di Napoli, hanno portato
alla luce una gran quantità di reperti. Ma per l’allestimento
servono fondi, per cui si prevedono tempi lunghi.
Il Museo della preistoria di Celano, poi, non è mai decollato.
Attualmente ospita le opere d’arte dell’Aquila danneggiate dal
terremoto. L’impressione è che gli enti locali, a cominciare dai
Comuni, finora abbiano sottovalutato l’importanza della
valorizzazione del patrimonio artistico e archeologico. Ignorando
anche i vantaggi che potrebbe arrecare al turismo. Valgano per
tutti gli esempi di Avezzano e di Trasacco.
Ad Avezzano, reperti (soprattutto iscrizioni di epoca romana),
provenienti da vari siti della Marsica, e pregevoli opere d’arte
salvate dal terremoto del 1915, continuano incredibilmente a
giacere negli scantinati del Comune.
A Trasacco, gli scavi nella Grotta Continenza, iniziati oltre 40
anni fa da Antonio Mario Radmilli e proseguiti da Renata Grifoni
Cremonesi, dell’università di Pisa, hanno permesso di tracciare un
quadro dei modi di vita degli uomini primitivi che vi abitavano,
cibandosi di caccia e di pesca, come dimostra il ritrovamento di
resti di pesci e di animali. Grotta che veniva usata anche per
seppellire i morti.
«Le sepolture scoperte nella Grotta Continenza», osserva la
Grifoni, «costituiscono una testimonianza straordinaria per la
conoscenza dei rituali funerari nella preistoria».
Attraverso alcuni reperti è stato possibile risalire fino a 18.000
anni fa.
Nel Fucino gli insediamenti preistorici, così come quelli delle
età successive, sono stati favoriti dalla presenza del lago. Le
particolari condizioni ambientali hanno esercitato sempre una forte
attrazione. Come testimonia la scoperta di altri siti: Maritza,
Ortucchio-Strada 28, Ciccio Felice, Capezzano.
L’allestimento di un museo di tutti i reperti venuti alla luce
nella Grotta Continenza avrebbe rappresentato per Trasacco una
grande risorsa. La struttura sarebbe diventata meta di turisti e di
studiosi da tutto il mondo. «Invece», rileva con amarezza Renata
Grifoni, da oltre 30 anni impegnata, a capo di una équipe di
archeologi dell’università di Pisa, in questa straordinaria
avventura, «il museo è rimasto nel limbo delle intenzioni. Qualche
anno fa, su mia insistenza, il Comune ci ha messo a disposizione
dei locali per un laboratorio che ci avrebbe permesso di restaurare
sul posto i reperti senza doverli portare a Pisa o a Chieti. Dopo
poco tempo, però, l’amministrazione è cambiata e i locali ci sono
stati tolti».
«La strada poi che conduce alla grotta», lamenta l’insigne
archeologa, «mancando di manutenzione, è diventata
impercorribile».
Nonostante il disinteresse del Comune e il taglio dei fondi che
negli ultimi due anni l’hanno costretta a lavorare con un numero
ridotto di collaboratori, la professoressa Grifoni non si è arresa.
Come dimostrano gli ultimi ritrovamenti di cui ha dato conto nella
relazione presentata al convegno.
Molto apprezzati anche gli interventi di Cecile Evers, allieva del
grande archeologo belga Joseph Mertens, Adele Campanelli, Emanuela
Ceccaroni, Herman Borghesi e Daniela Villa sugli scavi ad Alba
Fucens, Luco dei Marsi e San Benedetto dei Marsi (l’antica
Marruvium); di Vincenzo D’Ercole sugli scavi nell’area Vestina, e
di Tommaso Di Fraia sul rito dell’incubatio.
C’è ora da sperare che quanto emerso nei tre giorni del convegno
diventi per le istituzioni uno stimolo a utilizzare i tesori che il
passato ci ha restituito ai fini dello sviluppo del territorio e
della creazione di occasioni di lavoro.
25 novembre 2009