L'Aquila, Molinari attacca i preti

Il vescovo e i veleni: con me voglio solo chi lavora

    di Enrico Nardecchia L’AQUILA. «Io non me la prendo coi giornalisti. Io me la prendo con quei preti che dicono che non sono libero e che mi faccio comandare. Io distinguo solo chi lavora e chi non fa niente. E chi sta attorno a me lavora e si dà da fare». Seduto al tavolo, alle spalle il quadro della Madonna del Popolo aquilano, salvata dalle macerie, Molinari ha toni suadenti ma parole ferme: «Basta pettegolezzi sulla Curia».

    Eccellenza, è vero che l’arcivescovo ha messo il comando della Curia nelle mani di tre giovani sacerdoti e un diacono: Pinton, Benzi, Epicoco e Fossati?
    «Mi viene da ridere. Io sono e mi sento un uomo libero, in tutti i sensi. Nessuno di questi nominati ha poteri sul vescovo. Io faccio un solo distinguo tra chi lavora e chi non fa niente. Ecco, posso dire che attorno a me c’è tutta gente che lavora, che si dà da fare. Che nei momenti del post-terremoto mi è rimasta vicina e che se l’è sentita di assumersi incarichi importanti. Facciamo il punto. Don Daniele (il canonico Pinton, nuovo preside dell’istituto di Scienze religiose, dopo un vittorioso braccio di ferro con padre Alberto Valentini, ndr) era responsabile dell’ufficio liturgico e cerimoniere. E all’istituto faceva già l’economo. Era pure rettore delle Anime Sante ma adesso la chiesa non ce l’ha più. Risiede a Santi di Preturo, segue quella parrocchietta. E un’assemblea di professori stabili l’ha eletto preside. Io non c’entro niente. Lui è un milanese e ogni tanto gli dico, con le parole di Paolo VI da cardinale di Milano, che non c’è bisogno di chi sa fare i so
    ldi ma di chi parla di Gesù Cristo. Ma è una battuta. Lui sta al posto suo e se sgarra, paga. È lui che mi manipola? Mi fa ridere. Don Alessandro (Benzi, suo segretario particolare, ndr) mi accompagna ovunque, finché resiste, visto che non guido la macchina».

    E Don Gino Epicoco, che ha in mano la ricostruzione delle chiese?

    «Ha 29 anni, lo so. È molto conosciuto e apprezzato per la pastorale universitaria che avevamo radicato in una parrocchia. Tutto perso dopo la tragedia. Nei giorni frenetici del dopo-sisma la Cei mi ha incalzato: bisogna fare questi documenti, bisogna farli presto. Gino si è cominciato a interessare. Io ho sentito don Domenico Marcocci, titolare del’ufficio beni culturali. Aveva tante preoccupazioni e non se l’è sentita di prendersi quell’incarico. A fine luglio avevo necessità di mettere un referente unico. Io so che ci è rimasto male. Ho scelto don Gino: lui sta qui ogni giorno, riceve gli architetti di tutta Italia che vogliono lavorare, ma qui mancano i soldi: ma quale fiume di denaro? Tutti vengono a chiedere. Si è formato un bel gruppo di lavoro, che fa quel che può. L’incarico scade il 31 luglio 2010 e, se vorrà, don Domenico tornerà al suo posto senza problemi».

    E il braccio di ferro per la presidenza di Scienze religiose? È l’ennesima diatriba della Chiesa aquilana arrivata a Roma?
    «Sì, ma a Roma non c’è andato il preside eletto. C’è andato chi ha perso che ha preso un solo voto dall’assemblea. Non capisco tutto questo risentimento. L’istituto di Scienze religiose ha riunito i professori a Carsoli e l’elezione ha dato i risultati che ha dato. Il braccio di ferro non è della Curia o del nuovo preside ma di Valentini che è andato a finire alle autorità del Laterano che hanno dato ragione al vescovo. Addirittura si è appellato al cardinale Vallini. Per dirla tutta, Valentini veniva in sede solo una volta a settimana. Poi, all’ultimo, mi ha detto che non poteva. Quindi, non eletto, si è liberato degli impegni alla Gregoriana. Ma poteva dirmelo prima».

    Dicono i preti: il vescovo ha pensato solo alla sua nuova casa a Coppito e ci ha lasciati soli, senza chiese e senza tetto. È vero?

    «Io ho fatto 64mila chilometri dal 6 aprile e avrei abbandonato qualcuno? Mi viene solo da ridere. Io, finora, sono stato e sto in una stanzetta delle suore a Carsoli, dove c’è una sola stufetta e fa pure freddo. Mi ci sono trasferito con alcuni sacerdoti e faccio il pendolare. La mia nuova casa? È una donazione della Cattolica di cui ringrazio Antonio Cicchetti ma per me è pure troppo: mi sento quasi imbarazzato. Lo so che a lamentarsi sono alcuni sacerdoti. Ma io vorrei guardarli in faccia e ricordare a ciascuno quella che è la loro storia. E direi loro: ma voi avete fatto qualcosa per il popolo o pensate solo e sempre a lamentarvi? Troppo facile parlare con chi non vedi in faccia. Vengano qui».

    Sì, ma le case ai preti chi gliele ridà?
    «Io ho sempre detto: prima le case e poi le chiese, che pure sono importanti. A fine maggio andai a un incontro con la Caritas nella casa Santa Marta dove si fece il conclave. E dissi: i preti del centro storico non hanno più casa né chiesa. Mi dissero: noi facciamo opere di carità, non le case per i preti. La soluzione sarebbe una casa del clero: non ce l’abbiamo ma la possiamo sempre fare. Ci sto pensando e già ne ho parlato con qualcuno. Abbiamo provato con l’edilizia sociale e abitativa ma la burocrazia e i permessi che non arrivano hanno bloccato tutto. Ma qualcosa si è fatto: è grazie alla diocesi che i dipendenti di Sanofi Aventis hanno un villaggio: il terreno è nostro. E ne abbiamo dati tanti altri per scopi sociali. Nel frattempo, di situazioni singole ne ho risolte già tante. Per il parroco di Poggio Cancelli ho trovato, tramite l’Unitalsi, 33mila euro: adesso ha la casa. Altri sacerdoti hanno trovato casa e pagano l’affitto. Chi non ce la fa lo aiutiamo noi».

    Nelle 19 aree del progetto Case non ci sono spazi per il culto. Lo farà presente a Berlusconi?

    «La Protezione civile mi ha promesso che i centri di culto sono previsti. Aspettiamo, poi vediamo». Si sente commissariato? «No, l’a iuto l’ho chiesto io ed è arrivato don Giovanni D’Ercole che ha tutta la mia solidarietà. Spaccature? Non ne vedo. Vescovi abruzzesi non informati? Da un po’ di tempo si fa così. Decide il Papa. Chi parla lo fa soltanto per risentimenti personali».

    Cosa pensa dei veleni della Chiesa aquilana?
    «Mi amareggiano. Ma dico pure che i cani abbaiano e la carovana va avanti».
    22 novembre 2009
     

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