di Enrico Nardecchia e Giampiero Giancarli
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L’AQUILA. È la deroga straordinaria alle restrizioni normative contenute nel codice degli appalti ad aprire la strada allo sbarco delle imprese colluse. Una delle norme contenute nel decreto Abruzzo consente alle ditte impegnate nella ricostruzione post-sisma di superare la soglia di sicurezza del 30 per cento e di affidare in subappalto lavori per milioni di euro. Una torta ricca, da 169 milioni.
LA LEGGE. Il varco aperto dopo la catastrofe ha scatenato gli appetiti di numerosi personaggi, alcuni dei quali legati al mondo della criminalità organizzata. Finora sono state tre le ditte bloccate, la «Fontana costruzioni» di San Cipriano d’Aversa, la «Di Marco srl» di Carsoli e la «Igc» di Gela. Inoltre, un blitz nei cantieri da parte degli uomini della squadra Mobile effettuato nella giornata di sabato, ha portato alla denuncia di altre quattro ditte che sono sospettate di avere rapporti con mafia e camorra. È la risposta dei controllori al proliferare di aziende non abruzzesi che sono sbarcate in città fin dal giorno dopo il terremoto. E non solo trasportando gli operai a bordo di camioncini che fanno il giro dei cantieri, ma anche cercando di mettere le basi in città, visto che, in un caso, una delle ditte ritenute compromesse aveva anche una sede distaccata nel capoluogo abruzzese. La decisione del governo di ampliare, portandolo fino al 50 per cento, il limite stabilito per la concessione dei subappalti, aveva ricevuto fortissime critiche già alcuni mesi fa. Ma è ora che, considerate le prime indagini e le prime denunce alla magistratura, che l’
argomento è tornato di strettissima attualità. Questa criticità, se
non verranno messi degli argini adeguati, rischia di assumere
dimensioni allarmanti. «Il decreto», dicono gli aderenti al
Collettivo 99, «offre la possibilità di dare in subappalto fino al
50 per cento della categoria prevalente in deroga alla legge 163
del 2006 del codice dei contratti pubblici che indica un tetto del
trenta per cento. Si tratta di un aspetto molto pericoloso per le
infiltrazioni malavitose». In pratica, la mina della ricostruzione
è nel subappalto. LA
SOSTITUZIONE. Il meccanismo della sostituzione è
molto semplice. Una ditta capofila convoca sulla base di un
rapporto fiduciario più aziende collegate. In più di un caso, come
evidenziato dai risultati delle indagini della polizia, si tratta
di imprese di fuori regione che cercano di mettere piede in
Abruzzo. La capofila con le carte in regola non si mette certo a
indagare su chi chiama a lavorare nel suo stesso cantiere. L’i
mportante è che abbia fatto un’offerta conveniente. E così, ditte
escluse dagli appalti principali rientrano dalla finestra
attraverso il meccanismo del subappalto. Per questo motivo la
direttiva dei magistrati è quella di passare al setaccio tutti i
subappalti finora assegnati per scoprire se ci sono ditte colluse
con la malavita
organizzata.
LEGAMBIENTE. «Accanto alle indagini sugli edifici
crollati occorre rafforzare l’impegno affinché le malversazioni e
le negligenze del passato non trovino spazio nelle fasi della
ricostruzione post terremoto». Lo affermano Vittorio Cogliati
Dezza, presidente nazionale di Legambiente, e Angelo Di Matteo,
presidente regionale, per i quali «il fatto che vi siano aziende
edili riconducibili alle cosche non solo nei subappalti ma anche
titolari degli appalti per i lavori del Progetto Case, dimostra che
la vigilanza del governo ha fatto fiasco. Ma, accanto alle forze
dell’ordine, è importante che ci sia interesse alla legalità e alla
trasparenza. È per questo che l’Osservatorio “Ricostruire pulito”,
che abbiamo istituito con Libera e Provincia, chiede agli aquilani
di segnalare qualsiasi situazione che possa indurre al sospetto».
«Strettamente legato al ciclo del cemento», concludono, «c’è un
settore su cui l’attenzione, almeno finora, è stata meno forte,
quello molto redditizio dei rifiuti. A cominciare dalla partita che
riguarda la rimozione delle macerie, quelle del crollo e quelle che
si produrranno con l’avvio delle demolizioni, è necessario
provvedere a raccolta stoccaggio, differenziazione e riciclo. Senza
dimenticare che la raccolta dei rifiuti solidi urbani che nelle
zone terremotate dovrà riavviarsi, secondo nuove modalità, potrebbe
dare corso a ulteriori appalti di servizio».
ROSSINI. «Abbiamo suggerito a tutti di tenere alta
la guardia, abbiamo non soltanto i contratti, abbiamo i rifiuti e
tutti i settori in cui le mafie cercano di intingere per
guadagnare. E questa era una previsione che avevamo fatto subito
dopo il sisma. Forse qualcuno mi ha già sentito su questo». Lo ha
detto il procuratore capo, Alfredo Rossini, commentando la denuncia
di altre quattro aziende in odore di mafia che stanno lavorando
negli appalti per la ricostruzione post-terremoto. «Ho sempre detto
che dopo il problema dei crolli e dell’inchiesta, ci sarebbe stato
il problema della mafia», ha continuato. «Se cercano di guadagnare
le persone perbene, figuriamoci quelle del malaffare». Ma ci sono,
ora, tracce di mafia? «Abbiamo già fatto il processo Alba D’Oro e
li abbiamo pure arrestati», ha proseguito il procuratore.
«Quanto agli appalti per la ricostruzione dobbiamo dire una cosa.
Il procuratore antimafia inizia l’azione quando ci sono reati
specifici che sono, per esempio, l’associazione per delinquere di
stampo mafioso. Gli spunti di indagine, invece, sono una cosa
diversa perché partono da informazioni che possono essere
precauzioni per dare gli appalti. Infatti, il prefetto ha la
competenza specifica per vedere se, in certe società, ci sono
persone in odore di mafia. Ma questo non è già un reato che mi
permette di operare». «È un fatto», ha continuato il procuratore
distrettuale antimafia in Abruzzo, «che mi spinge a indagare con la
collaborazione della polizia e della Guardia di finanza e di tutte
le strutture che sono a disposizione della procura distrettuale
antimafia e anche con quella della Dia nazionale ». Secondo
Rossini, «l’azione serve per contrastare un fenomeno che, se
dovesse prendere piede più di quello che è attualmente, sarebbe
veramente triste perché andrebbe a incidere su una città già
martoriata».
20 ottobre 2009