di Enrico Nardecchia e Giampiero Giancarli
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L’AQUILA. Il subappalto facile, una torta da 169 milioni per il solo progetto Case, è un meccanismo che si replica all’infinito. Anche perché, per la ricostruzione dell’Aquila, una buona mano a questa procedura agevolata che imprenditori senza scrupoli percorrono apposta per aggirare i controlli antimafia, arriva dallo stesso governo. Un decreto allarga le maglie dei subappalti in maniera smisurata. E dentro s’infilano parecchi pesci grossi, persino gli amici dei Casalesi sbarcati in una terra mai interessata, finora, da fenomeni di criminalità organizzata. Per storia, tradizioni e cultura. Il pericolo fa scattare altre 4 denunce di ditte sospette.
DENUNCE. Tutte le forze di polizia sono state coinvolte nell’offensiva per passare al setaccio i subappalti. Gli agenti della squadra Mobile, coordinati dal dirigente
Salvatore Gava, hanno fatto irruzione in alcuni cantieri del progetto Case di Sassa. L’incursione ha portato alla denuncia di quattro ditte, di cui due capofila e le altre in subbappalto in quanto sarebbero in odore di mafia. In particolare, le due ditte edili appaltanti sono rispettivamente della Lombardia e della Campania, mentre quelle che lavorano in subappalto sono dell’Umbria e della Campania. Una di queste ha anche una sede staccata all’Aquila. Le denunce, al momento, non comportano automaticamente l’esclusione dagli appalti, cosa che poi verrà decisa dal prefetto
Franco Gabrielli alla fine di un’istruttoria. Ma sono la prima conseguenza concreta dell’iniziativa voluta dalla Direzione investigativa antimafia che ha
sollecitato un’indagine a tutto campo sui subappalti affidata anche
a finanzieri e carabinieri. L’indagine è coordinata dal procuratore
capo antimafia dell’Aquila,
Alfredo Rossini.
Ma non è estraneo a questo cambio di passo anche l’esito delle
audizioni della commissione parlamentare antimafia che si è tenuta
giovedì scorso all’Aquila, in seguito alla quale gli atti sono
stati segretati. Segno che l’odore di mafia negli appalti è forte.
I controlli, secondo quanto si è appreso, riguarderanno non solo le
composizioni societarie delle ditte sospette ma anche le persone
che stanno lavorando per loro conto nei cantieri. Comunque, gli
organi istituzionali si sono resi conto che gli oltre otto miliardi
finora stanziati per la ricostruzione della città terremotata sono
assai appetiti dalla criminalità organizzata, nonostante quella
cifra sia cinque volte inferiore al presunto fatturato della mafia
calabrese, almeno secondo le stime della Dia. Al punto che sia il
prefetto sia lo stesso procuratore hanno chiesto, rispettivamente,
al presidente della commissione antimafia,
Giuseppe
Pisanu, più forze di polizia (Gabrielli) e almeno altri
tre sostituti (Rossini), proprio per indagare più a fondo. Pisanu
si è detto disponibile e perorare nelle sedi giuste le loro
istanze.
LA LEGGE-BEFFA. Ma una mano alle imprese colluse
con la mafia a infiltrarsi nei subappalti l’ha data lo stesso
decreto Abruzzo emanato dal governo subito dopo la catastrofe. Che
un varco sia stato aperto in tal senso lo hanno denunciato gli
architetti, ingegneri e avvocati aderenti al «Collettivo 99», i
quali, in un documento pubblicato sul loro sito Internet,
evidenziano una criticità allarmante. «Il decreto», dicono, «offre
la possibilità di dare in subappalto fino al 50 per cento della
categoria prevalente in deroga alle legge 163 del 2006 del codice
dei contratti pubblici che indica un tetto del trenta per cento».
COME FUNZIONA. Una ditta compromessa può
agevolmente accedere ai lavori del progetto Case perché la capofila
ha la facoltà di convocarla senza bando, sulla base di un rapporto
fiduciario. Così è successo finora in tutti i casi finiti nel
mirino della Direzione nazionale antimafia e della prefettura. È
questo il caso dell’anomalo collegamento tra la Edimal,
associazione temporanea di imprese formata dall’aquilana Edimo e
dalla romana Maltauro, e la Igc di Gela. Una ditta proveniente da
un territorio storicamente caratterizzato da un’alta concentrazione
di soggetti collusi con personaggi di primo piano della mafia. Che
c’entra Gela con L’Aquila? Poco o nulla, tanto che, a tal
proposito, i Taddei, gli stessi dirigenti dell’Edimo che si è
aggiudicata lavori per 54 milioni nei cantieri del progetto Case,
si sono affannati a ribadire che «la scelta è caduta sulla ditta
Icg di Gela perché è risultata essere quella che, nel rapporto tra
qualità, prezzo e tempi di realizzazione, dava le maggiori
garanzie». Gli imprenditori aquilani hanno anche precisato che «per
la prima volta questa ditta opera per il nostro gruppo» e che «è
una delle pochissime prese fuori dal territorio regionale, nella
trattativa per la realizzazione del piccolo subappalto ». Un
«contentino» da 159mila euro. Nessun problema, dunque, per il
colosso delle costruzioni aquilano, a mettersi in casa una ditta
siciliana senza pensare neppure per un attimo che, almeno in
teoria, in caso di cattive sorprese, ci sarebbe stato, come sembra
esserci ancora, il rischio concreto di vedersi trascinato in una
vicenda giudiziaria. Una grana che, per una cessione di lavori per
una cifra non esorbitante, avrebbe potuto compromettere l’intero
affare.
NO COMMENT. Dal prefetto Franco Gabrielli, già
capo del servizio segreto civile, nessun commento sulla situazione
delle ditte compromesse già individuate ed escluse. «I controlli
vanno avanti, noi esaminiamo tutto e poi facciamo le nostre
valutazioni ». Intanto, nei cantieri del progetto Case, il
miscuglio di dialetti porta a capire che, in questo grosso affare
della ricostruzione, gli aquilani, almeno nei subappalti, stanno
alla finestra.
19 ottobre 2009