di Giorgio Napolitano
Vorrei che questo mio intervento fosse inteso come semplice testimonianza personale di un apprendimento e di un dialogo. Un apprendimento, innanzitutto ma non semplice, aggiungo, non facile: perché la lezione che Norberto Bobbio poteva offrire a chi si inoltrasse sulla via dell’impegno nella sinistra politica a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 giungeva controcorrente, in antitesi a posizioni prevalenti in quel campo. Posizioni in cui si rifletteva l’asprezza che la lotta politica stava raggiungendo in Italia, dopo la rottura dell’unità tra le forze antifasciste e dopo le elezioni del 1948 che avevano segnato una drastica contrapposizione tra l’alleanza di centro e la sinistra. Un’asprezza inseparabile da quella della guerra fredda che andava dividendo drasticamente il mondo in due blocchi, dei quali va ricordata la forte connotazione ideologica.
Ai rischi fatali di antitesi e fratture, ben al di là dei confini italiani, si opponeva da parte di Bobbio l’“invito al colloquio”: al colloquio per lo meno egli scrisse nel 1951 tra gli uomini di cultura. Nella sinistra italiana tendevano, in quei primi anni ’50, a pesare sempre di più dottrinarismi e schematismi ideologici, in stretto rapporto con una scelta di campo nel confronto mondiale tra i due blocchi. Ma Bobbio ricercò con straordinaria apertura e sapienza il colloquio con uomini di cultura come Ranuccio Bianchi Bandinelli o Galvano della Volpe, rallegrandosi poi del fatto che nel dibattito fosse intervenuto anche Roderigo di Castiglia, come amava firmarsi Palmiro Togliatti. Sto parlando, com’è chiaro, della straordi
naria serie di scritti in cui s’impegnò Bobbio tra il 1951 e il
1954 partendo dall’incontro con Umberto Campagnolo e con la Società
Europea di Cultura e che furono quindi raccolti nel volume “
Politica e cultura”.
E la testimonianza che posso dare è quella della difficoltà di un
giovane ormai già schierato e interamente impegnato nel partito
comunista, lettore della rivista Società o de Il Contemporaneo e
naturalmente di Rinascita, a intendere la lezione di Bobbio.
Lezione fondamentale in tema di libertà di libertà della cultura e
di libertà in generale. La difficoltà nasceva naturalmente da un’a
desione acritica alle tesi sostenute dai vertici del partito, ma
anche, si può dire, da un’implicita convinzione che le questioni
della libertà fossero state risolte nei fatti dalla vittoria sul
fascismo e fossero state regolate nel modo più impegnativo ed
esauriente con la definizione della Costituzione repubblicana. La
polemica di Bobbio interveniva, invece, a sollevare interrogativi
di fondo, a seminare dubbi, a proporre argomenti complessi, e a
farlo dal punto di vista di un uomo di pensiero, di uno studioso
portatore di molteplici valori politici, come ha scritto di recente
Revelli liberalismo, democrazia, socialismo, federalismo che
avevano caratterizzato da “ircocervo” il Partito d’Azione.
Non era dunque in nome di un bagaglio ideale ostile alla sinistra,
era piuttosto in nome di un dichiarato interesse positivo per le
sorti del movimento operaio e della sinistra, che Bobbio sviluppava
il suo discorso, si rivolgeva a quegli interlocutori. Era un
discorso volto a contestare una serie di semplificazioni e
contrapposizioni fuorvianti libertà sostanziale, “di fatto”, “vera”,
contro libertà giuridica o formale, libertà socialista contro
libertà borghesi; un discorso, quello di Bobbio, volto a contestare
la riduzione del concetto di libertà a quello di potere, cioè di
potere di esercitare un diritto altrimenti astratto, e quindi la
negazione del valore della libertà come non impedimento. Dietro le
posizioni teoriche che Bobbio metteva drasticamente in questione,
si manifestava in una parte della sinistra un’accentuata,
prioritaria sensibilità per esigenze sociali e obbiettivi di
riforma delle strutture economiche, ma si coglieva anche, e
chiaramente, la difesa, l’idoleggiamento delle conquiste
rivoluzionarie delle società dell’Est.
Di qui l’affermazione nettissima, da parte di Bobbio, della
necessità, egli scrisse, che “qualunque sia la classe sociale che
tenga le chiavi del potere, essa non governi dispoticamente e
totalitariamente, ma assicuri all’individuo una sfera più o meno
larga di attività non controllate, non dirette, non ossessivamente
imposte”.... La passione che aveva nel passato animato parole di
Bobbio la battaglia liberale contro il dispotismo si era tradotta
in istituzioni e principi che egli esortava la sinistra a
valorizzare pienamente: la garanzia dei diritti di libertà primo
fra questi la libertà di pensiero e di stampa la divisione dei
poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze
politiche; la distinzione delle funzioni al servizio del principio
di legalità; la distinzione degli organi dello Stato al servizio
del principio di imparzialità.
Questo messaggio liberale di Bobbio si integrava peraltro con la
valorizzazione da parte sua della democratizzazione dei regimi
liberali, con l’impegno per la causa dell’uguaglianza, della
giustizia e del progresso sociale. Un impegno che egli avrebbe,
decenni più tardi, riaffermato con particolare forza all’indomani
della caduta del comunismo. La componente socialista della sua
identità di pensiero e politica era innegabile, confermata nei
fatti dalla sua collaborazione col partito che incarnava quella
tradizione. Nonostante ciò, la sua lezione torno alla prima metà
degli anni ’50 non veniva facilmente recepita: né dai massimi
custodi dell’ideologia e delle scelte politiche di fondo della
forza maggiore della sinistra italiana, quella comunista, né da
generazioni più giovani di militanti e di intellettuali.
16 ottobre 2009