La vacanza dei consiglieri

    di Luigi Vicinanza Se lo sapesse il ministro Brunetta non avrebbe esitazioni; li bollerebbe come fannulloni. In vacanza dal 4 agosto, giorno dell’ultima seduta, fino al 22 settembre, quando è prevista la prossima riunione. Nel mezzo 48 giorni di «chiusura per ferie». Così il nostro consiglio regionale nell’estate 2009. Non vale la pena neanche spender troppe parole per spiegare perché questo sia il peggior anno dal Dopoguerra a oggi. Ogni persona dotata di buonsenso lo sa. Stupisce semmai che chi siede nel “parlamentino” d’Abruzzo non se ne renda conto e si conceda un vuoto operativo così lungo.
    Immagino già le obiezioni degli interessati: il consiglio legifera, per l’operatività quotidiana c’è la giunta con gli assessori (e meno male che c’è, aggiungo); poi ci sono le riunioni dei capigruppo consiliari e anche di qualche commissione; insomma non tutti i 42 consiglieri regionali sono in vacanza.

    Prendo per buone tutte le spiegazioni degli addetti ai lavori, e ancor di più quella rese ieri al nostro giornale dal presidente dell’Assemblea, Nazario Pagano. Voglio far salve le buone intenzioni di tutti, ma monta un senso di rabbia - in me e credo in tantissimi abruzzesi - nel constatare la distanza che separa chi governa da chi è governato. Anche in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo.
    Ma come? Ci sono migliaia di sfollati all’Aquila e nei comuni del cratere di cui non si sa ancora con certezza la destinazione ora che stanno per aprirsi le scuole, nonostante gli sforzi e il lavoro serrato della Protezione civile. Ancora, ci sono 27mila person
    e che hanno perso il lavoro dall’inizio dell’anno in tutta la regione e la cassa integrazione sta esplodendo. C’è insomma una crisi sociale e territoriale senza precedenti, e l’assemblea legislativa di questa regione aspetta il 22 settembre per riconvocarsi.

    E’ un brutto segnale per chi ha a cuore le sorti delle istituzioni rappresentative democratiche.
    Sembra quasi che di fronte all’emergenza post-terremoto ci si spogli di responsabilità, affidandosi completamente alle scelte di Roma. In tempi di federalismo chiacchierato più che praticato, ci si rassegna ad essere una sottoprefettura della capitale.

    Constatazione che vale anche per il disastrato consiglio comunale dell’Aquila, segnato da lotte intestine già prima del 6 aprile che neppure il sisma è riuscito a far mettere da parte.
    Ai primi di agosto, in un precedente articolo, avevo auspicato un patto etico tra le forze politiche abruzzesi per fissare regole e comportamenti pubblici condivisi alla luce del sisma aquilano e dei disastri politico-giudiziari da Montesilvano fino a Del Turco e a D’Alfonso. Ne è nato un dibattito ricco, vivace e interessante. Ci ritorneremo. Ma oggi mi domando: che senso ha se poi la pratica quotidiana ci rimanda ai tanto biasimati fannulloni di brunettiana memoria?
    6 settembre 2009
     

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