Nuova classe dirigente

    di Luigi Vicinanza Berlusconi pigliatutto. Almeno qui in Abruzzo. La regione del terremoto, dopo la lunga notte elettorale, si manifesta così come il premier aveva sognato l’Italia intera. Il Pdl prossimo al 45 per cento - il miglior risultato italiano - con il doppio dei voti del Pd; Di Pietro che insegue i democratici rinfacciando agli alleati azzoppati i temi della legalità e degli scandali giudiziari; l’Udc cooptata nel centrodestra mentre la sinistra antagonista resta divisa, litigiosa e dunque confinata al compito di testimonianza di ciò che si vorrebbe e non si ottiene mai.

    Gli elettori abruzzesi si affidano al Cavaliere come non era mai accaduto. All’Aquila il premier, forte delle sue tredici visite in due mesi, sfiora il 55 per cento dei consensi tra i pochi - uno su tre - che si sono recati alle urne. Nonostante i dubbi sulla consistenza dei fondi a disposizione e i tempi lunghi della rinascita del centro storico Berlusconi ottiene quel che aveva cercato: il plebiscito nelle tendopoli. E non solo: il consenso si irradia su tutto il territorio. Lo scrutinio delle europee omologa l’Abruzzo al resto del Mezzogiorno, cui è legato per il vincolo della circoscrizione elettorale. Il Sud è il pezzo d’Italia che dà maggiori soddisfazioni al premier che, non a caso, ha individuato nella gestione del terremoto e nell’azione per ripulire Napoli dalle montagne di rifiuti i simboli da sbandierare in tv. Il credito elettorale concessogli dagli elettori è amplissimo. Alla pari delle promesse fatte. E’ come se gli aquilani - gli abruzzesi in genere - gli avessero detto: ti crediamo fino i
    n fondo, ora rispetta i patti.

    L’onda lunga del Cavaliere si riversa anche nel voto amministrativo.

    Il Pdl fa cappotto e strappa al centrosinistra anche la città di Pescara che appena un anno fa aveva resistito con Luciano D’Alfonso sindaco. Era forse il risultato più atteso. Il centrosinistra ha fatto di tutto per perdere. Travolto dallo scandalo è giunto rassegnato alla scadenza elettorale. Il Pd, già fiaccato dalle inchieste su Montesilvano e sulla giunta Del Turco, si è afflosciato come partito del sindaco piuttosto che come partito democratico: senza «Big Luciano», i suoi vizi privati e le sue pubbliche virtù, non si vince. Sarà difficile ricostruire una forza riformista con forte radicamento popolare. A Marco Alessandrini il compito di una vigile opposizione. A Luigi Albore Mascia, sindaco nella notte, una difficile eredità amministrativa.

    Ma queste elezioni rivelano la presenza di una classe dirigente del centrodestra radicata localmente. Un esempio per tutti: Enrico Di Giuseppantonio, neo-presidente Udc della Provincia di Chieti. E’ un po’ l’effetto Chiodi, vincitore in seconda di questa tornata (ed anche stavolta relegato nell’ombra). Il governatore si è speso molto - troppo - in campagna elettorale. Il Pdl è andato molto più avanti rispetto al dato di metà dicembre; a Teramo, la sua città, Gianni Chiodi ottiene quel che gli era mancato nel giorno della vittoria: un ampio consenso. Il presidente ora è più forte innanzitutto di fronte ai suoi alleati, sempre pronti a mercanteggiare poltrone e incarichi. La ricostruzione post-terremoto è diventata la missione di una Regione dall’incerto programma. Adesso non ci sono più alibi: chiusa questa lunga e opaca campagna elettorale, bisogna mettersi al lavoro. Chi ha vinto ha il dovere di governare. Bene, se ne è capace.
    9 giugno 2009
     

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