di Paolo Di Vincenzo
Germano Mazzocchetti è un apprezzatissimo compositore di musica applicata (per il teatro, la tv e il cinema). Ma la sua professione non gli ha mai fatto dimenticare la sua passione per la musica in generale, il jazz e la musica etnica su tutto. L’artista pescarese (è nato a Città Sant’Angelo, dove vive ancora la sua famiglia e dove torna appena i suoi impegni romani e in tutta Italia glielo consentono) presenta domani al teatro Quirino di Roma il suo ultimo disco (si veda riquadro a lato). Dalla sua ultima produzione parte l’intervista che segue.
Il suo cd ha un titolo curioso: «Testasghemba», a cosa si riferisce?
«E’ un titolo ispirato a un personaggio angolano della mia infanzia. Lui, in dialetto, lo chiamavano cocciasturta, titolo che ho dovuto adattare. Era un singolare personaggio, un calzolaio filosofo, uno di quei caratteristici paesani che ormai si stanno perdendo, purtroppo. Ho di lui un ricordo forte anche se dai contorni vaghi: è morto quando io avevo 7-8 anni. Nel disco ogni brano è illustrato da un disegno di Michelangelo Pace, il personaggio non somiglia a cocciasturta, ma è una citazione costante. Devo dire che Città Sant’Angelo compare in altri due brani, il primo è “Piazza Garibaldi”, e il secondo è “Fanti e santi” una citazione del canto che si faceva il giovedì santo nel mio paese».
E’ un concept album?
«No, ma ha una matrice comune, degli stilemi meridionali, mediterranei, anche se quest’ultimo termine è ormai un po’ inflazionato».
Cos’è questa serata al Quirino?r /> «Testasghemba è un disco che con il teatro c’entra poco
anche se un paio di brani sono tratti da spettacoli teatrali e
riarrangiati per questa occasione. Questa presentazione è stata una
casualità. Io stavo cercando un teatro, giugno è l’ultimo mese in
cui l’Ente teatrale italiano gestirà il Quirino, dal prossimo
passerà a una gestione privata. Allora abbiamo pensato a una serata
così, una sorta di passaggio di consegne».
La sua attività teatrale è comunque preminente.
«Certo, lavoro per il teatro da 31 anni, dalla
Rappresentazione della passione all’Aquila di Calenda, era il 1978.
Il disco non è concepito come un disco di musica di scena ma nel
mio modo di scrivere il riferimento al teatro credo ci sia sempre.
Nelle mie pagine una certa forma di musica legata alla parola o all’
immagine, che evoca qualche immagine o sensazione extramusicale c’è
spessissimo, è una cosa assolutamente inconscia».
Sempre a proposito di teatro su cosa sta lavorando in
questo periodo?
«Il più recente spettacolo, un mese fa, è stato un “Edipo
re” con la regia di Tonino Calenda e con Branciaroli. Sto per fare,
invece, un recital di Leo Gullotta, basato su brani scelti di
scrittori e poeti siciliani dal titolo “Minnazza” (la minna è la
tetta in siciliano), per la regia di Fabio Grossi. Leo Gullotta
sarà in scena con tre fisarmonicisti che suonano dal vivo. Il
debutto ci sarà a Benevento».
Ha un certo feeling con gli scrittori siciliani, per Luca
Zingaretti ha curato le musiche di Lighea di Tomasi di
Lampedusa...
«Sì, ma ne ho fatti tanti. Ho fatto molto Pirandello, per
esempio. Con i siciliani non lo so se c’è un feeling, di certo mi
trovo particolarmente a mio agio con loro e soprattutto amo
moltissimo la Sicilia. Siracusa e Catania in particolare ma a me
viene il mal di Sicilia quando vado via da lì, soprattutto quando
torno da Siracusa».
Lei ha scritto molto anche per il cinema e la tv (su tutto
la serie Carabinieri). Quale pensa sia il ruolo della musica in
questi linguaggi?
«In teatro si fanno anche degli spettacoli dove non c’è
neanche una nota. Per tutto il resto la musica è sicuramente
importante, ma dipende anche da come viene usata. Un compositore
magari scrive pezzi per un film che non vengono montati per niente
o vengono mixati “bassi”, quindi lo spettatore non li avverte
nemmeno. L’importanza della musica è quella che dà ad essa il
regista. Non dipende da noi compositori. Per altro oggi c’è l’a
bitudine, soprattutto nel cinema ma sempre di più anche nella tv,
di usare molti brani di repertorio per cui le musiche originali
sono ridotte all’osso».
E’ una questione di costi, di mode, di cosa?
«Credo sia fondamentalmente una questione di mode, oggi c’
è questa scelta del repertorio».
Ma quale ruolo annette alla musica?
«Il teatro è fatto di diversi linguaggi che concorrono al
risultato. La musica ha la stessa dignità che hanno i costumi, le
scene, le luci... Il deus ex machina è ovviamente il regista, che è
l’autore dello spettacolo. La musica è un linguaggio a parte che
concorre, con gli altri, alla realizzazione dell’opera. E’ chiaro
che poi c’è anche il teatro musicale, la commedia musicale, e lì,
invece, se la musica non è buona non c’è niente da fare».
2 giugno 2009