Le strane elezioni dell'Abruzzo ferito

    di Luigi Vicinanza Tra due domenica si vota. Che fatica. Resto dell'opinione che sarebbe stato opportuno rinviare in tutto l'Abruzzo (e non solo all'Aquila) le elezioni provinciali e comunali, salvaguardando unicamente il turno delle europee in quanto vincolato ad impegni internazionali. Lo slittamento del voto amministrativo di sei mesi, se non addirittura di un anno, avrebbe sicuramente giovato all' Abruzzo consentendo di concentrare tutte le risorse e le intelligenze disponibili nello sforzo di condurre L'Aquila e la sua provincia fuori dall'emergenza post-terremoto, tutt'altro che superata. Il mancato rinvio appare come un atto di egoismo politico del centrodestra, convinto di ribaltare facilmente le tre giunte provinciali di Chieti, Pescara e Teramo oltre che dell'amministrazione «zoppa» della città di Pescara, ma sembra anche un atto di ignavia del centrosinistra giunto alla scadenza elettorale impreparato, confuso e quasi rassegnato. Solo Rifondazione comunista ha proposto inascoltata il rinvio del voto. Troppo poco per creare un'ampia intesa istituzionale.

     Alle urne dunque con il rischio di un astensionismo diffuso. Già a dicembre scorso, in occasione delle regionali, un elettore su due è rimasto a casa. Secessione silenziosa e di massa nei confronti delle istituzioni rappresentative. Campanello d'allarme per la democrazia. Il 6 e 7 giugno, forse, la partecipazione sarà più alta rispetto a sei mesi fa per la concomitanza di più livelli di voto: comunale (maggiormente sentito dai cittadini), provinciale ed europeo (che mobilita i big dei partiti e l'attenzione delle tv). Tutt
    avia nel nostro Abruzzo il rischio della disaffezione alla partecipazione attiva resta alto.

    Con tutti i problemi che ci sono da risolvere c'era davvero bisogno di dividersi in blocchi contrapposti? Neppure una tragedia come questa del terremoto riesce a generare un patto istituzione, sia pure a termine (sei mesi, un anno), tra maggioranza e opposizione? Da queste considerazioni scaturisce un senso di fatica e di distacco verso la tornata elettorale.

     Mentre per le Province si vota nel pieno di una discussione che ne vorrebbe l'abolizione, i risultati più attesi dalle segreterie politiche riguardano i due comuni capoluogo, Pescara e Teramo, entrambi alle urne in anticipo rispetto alla scadenza naturale. Teramo vota un anno prima in quanto Gianni Chiodi si è dimesso per scalare con successo la Regione. Il governatore spera di ottenere nella sua città quel pieno di consensi che l'Abruzzo gli ha lesinato nel dicembre scorso; sono candidati suoi uomini di fiducia, alcuni dei quali ha voluto al suo fianco all'Aquila, a Palazzo Centi. Chiodi ha intuito che se non dimostra, anche al suo stesso schieramento, di essere forte elettoralmente rischia di subire troppi condizionamenti e ricatti.

     Ecco perché sta impegnando energie e tempo degni di miglior causa. A Teramo vuole vincere in maniera inequivocabile e consolidare le basi del suo incerto potere. Pescara, invece, torna al voto dopo appena un anno in seguito al controverso arresto di Luciano D'Alfonso. Qui il centrodestra conta di chiudere una partita persa sul piano politico ma riaperta dopo il trauma giudiziario. Come già alla Regione nel dopo- Del Turco, il Pd a Pescara non è riuscito a fare chiarezza su quel che è successo, venendo meno ad un'esigenza di rigore e trasparenza nei confronti dell'opinione pubblica. E' prevalsa una imbarazzante opera di rimozione pubblica dello scandalo e delle sue cause, dei torti e delle ragioni del suo uomo-simbolo: D'Alfonso appunto.



     In una città piena di sfollati del sisma questa campagna elettorale appare ancor più surreale. L'astensione non è una risposta al malessere diffuso, tuttavia comprendo il fastidio di chi ascolta in giro tanta propaganda e poche vere idee. Da inguaribile ottimista, confido che qualcosa di meglio possa emergere nei prossimi giorni. Gli abruzzesi se lo meritano.

    25 maggio 2009
     

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