L’AQUILA. Per la procura della Repubblica dell’Aquila l’ipotesi di reato è disastro colposo. Di fronte alla devastazione della città, questa è la domanda a cui rispondere: perché sono crollate case che non avrebbero dovuto cadere? Perché di due edifici vicini e simili, uno è imploso e l’altro no, come in via Sturzo? Sono le stesse domande che agitano le giornate del sindaco Massimo Cialente, a cui il procuratore Alfredo Rossini potrebbe richiedere tutti i progetti di chi ha costruito negli ultimi anni. «Dobbiamo capire se sono state costruite male» dice il sindaco. Lo conferma Silvio Berlusconi: «L’indagine è in corso: se ci sono responsabilità, emergeranno».
Qualcuno le ha chiamate case di sabbia, edifici costruiti senza rispetto delle regole, sacrificando la qualità del calcestruzzo per il guadagno, con l’utilizzo di sabbia marina al posto dei materiali inerti da cava: meno spese, rischi maggiori per chi ci abita, con il cloruro di sodio che con gli anni si mangia il ferro e rende fragile la costruzione. Per il momento è solo una ipotesi di lavoro, ma per la magistratura, che si prepara a vigilare anche sul rischio di infiltrazioni mafiose nella ricostruzione, è una buona ipotesi su cui indagare: che sia stata sabbia di mare, o qualsiasi altra modalità di cattiva costruzione, dovrà essere spiegato perché la Casa dello studente o l’hotel Duca degli Abruzzi sono venuti giù come castelli di carte. «In questa zona esistono ottime cave di inerti e costerebbe molto di più trasportare la sabbia dalla costa» sostiene Filiberto Cicchetti, presidente provinciale dell’Ance,
«ma la vicenda della Casa dello studente ci ha amareggiato
moltissimo e bisognerà fare chiarezza.
Però va detto che sono tre o quattro i casi in cui le strutture in
cemento armato costruite dopo la guerra hanno collassato - lo
studentato, che è del 1966, l’hotel, parte dell’ospedale, un altro
palazzo degli anni Sessanta in piazzale Paoli - mentre tutti gli
altri 12 mila palazzi costruiti in cemento armato dal dopoguerra -
villette, case - sono integre». Subito dopo Pasqua, tutti gli
edifici distrutti o lesionati saranno passati ai raggi X grazie a
speciali attrezzature che consentono di radiografare i pilastri.
«Ma in gran parte» afferma Cicchetti, «sono crollati i tramezzi o
le tamponature esterne: per questo credo che il 98 per cento degli
edifici tornerà agibile entro qualche mese». Il primo esame degli
edifici, secondo Cicchetti, indicherebbe che la causa del crollo è
legata a un cattivo aggancio dei pilastri: «Gli edifici si sono “
seduti”, il piano terra è scomparso. I pilastri sono agganciati
alla base con ferri d’acciaio legati ai ferri della fondazione: con
un terremoto ondulatorio, se l’aggancio se non è fatto bene, si
stacca e il peso dei piani superiori lo fa collassare. Se fosse
stato sussultorio, avrebbero ceduto i piani alti». E non è
sospetto, secondo il presidente Ance, che edifici attigui abbiano
avuto destini diversi: «Questo indica dove è passata la scossa, che
si incunea come l’acqua». Francesco Benedettini, docente di
Dinamica delle strutture alla facoltà di Ingegneria dell’Aquila, è
al lavoro con i colleghi del dipartimento per accertare l’agibilità
delle scuole: «Gli edifici che hanno avuto i maggiori problemi,
sono in apparenza sono moderni» sottolinea, «in realtà hanno avuto
una costruzione penosa e lunghissima, durante vent’anni, come nel
caso dell’ospedale, e l’Italia solo nel 1984 ha avuto una normativa
antisismica, e solo nel 2003 una normativa moderna». Tutto quello
che è stato costruito in precedenza, dunque, non è a norma. In un
Paese vecchio come l’Italia, quasi tutto. «Dando un’occhiata, ho
visto i classici meccanismi di rottura determinati dal fatto che si
è superato un certo livello di tensione: bisogna capire se questo
terremoto è stato normale per L’Aquila o forte, e poi le modalità
del sisma: finora conosciamo solo la magnitudo, ma bisogna
conoscere anche le frequenze. Non si può progettare una struttura
che resista a tutto».
Ettore Barattelli, uno dei maggiori costruttori aquilani e vice
presidente dell’Ance, non vuole processi sommari: «È giusto trovare
il colpevole se c’è, ma lasciamolo alle commissioni tecniche. I
collassi di strutture in cemento armato sono pochi, molte delle
imprese che hanno realizzato queste opere scomparse, chi ha
costruito l’ospedale per esempio veniva da fuori. La situazione
dell’edilizia negli anni Sessanta era senza regole, le normative
sul cemento armato sono arrivate anni dopo. E poi da 15 anni è
obbligatorio eseguire carotaggi sul terreno. Però va detto che in
Italia anche oggi chiunque può mettersi a costruire appartamenti:
per fare il pane occorre iscriversi alla Camera di commercio; per
costruire cento appartamenti, basta aprire una Srl con diecimila
euro». E le case di sabbia marina? «Una sciocchezza, i calcestruzzi
oggi vengono confezionati in centrali che usano materiali
selezionati». Oggi sì, forse.
Ma ieri? Antonio Bellizzotti, presidente dell’Ordine degli
Ingegneri di Pescara punta il dito contro la normativa: «La legge
antisismica del 2003, aggiornata nel 2005 e 2008, è molto
stringente, ma è in vigore solo per la zonazione sismica dei Comuni
e i metodi di calcolo indicati valgono solo per le costruzioni
pubbliche. Per l’edilizia privata, i calcoli delle costruzioni sono
ancora quelli indicati nella legge del 1996». L’assessore Ermanno
Lisi taglia corto: «Bisogna fare le analisi per capire le
motivazioni dei crolli, non so se sia stata usata o meno sabbia
marina. Credo dipenda dal movimento tellurico: in alcune zone ho
visto fabbricati integri e a dieci metri un altro si è aperto». Ma
Gianni Di Vincenzo, della Di Vincenzo Costruzioni, che a L’Aquila
ha costruito il laboratorio di Biologia dell’università, è convinto
che oggi il sistema dei controlli funzioni: «In particolare sulle
opere pubbliche esistono prove di laboratorio, commissioni di
collaudo, un sistema che garantisce che le imprese siano
qualificate, esiste una responsabilità del produttore di
calcestruzzo, del costruttore, del direttore lavori. Per l’edilizia
privata, la catena in teoria è la stessa, ma qualche passaggio
potrebbe essere saltato. Però l’impresa è sempre responsabile anche
del calcolo strutturale, assieme al progettista». Insomma, un
sistema di garanzie. Che però, nel caso dell’Aquila, non hanno
retto. Bisognerà capire perché.
11 aprile 2009