Così ho scoperto la tragedia di Monongah

Il 6 dicembre 1907 un’esplosione nelle gallerie uccise centinaia di persone

    di MIMMO PORPIGLIA Direttore di Gente d’Italia


    Si tratta della «più grande sciagura della storia mineraria statunitense». I morti italiani ufficialmente sono 171, ma in realtà sarebbero molti di più, La maggior parte era originaria della Campania, del Molise, dell’Abruzzo e della Calabria. Una parte dei corpi recuperati riposano sulla collinetta del cimitero di Monongah. Dimenticati per quasi un secolo, a Muh-nahn-guh, che nella lingua degli indiani Seneca significa «fiume dalle acque ondulate». Degli attimi che seguirono quella tragedia restano moltissime fotografie, in bianconero o in un tenero seppia, scattate da fotografi che, immediatamente, le trasformarono in cartoline molto richieste che invasero l’America del disinganno.

    Oltre 90 anni per riportare a galla una tragedia di immane proporzioni. Un disastro causato dai proprietari della miniera, La Fairmont Coal Company, che non avevano attivato l’impianto di aerazione, c’era dunque tutto l’interesse ad insabbiare l’accaduto. Il tempo dell’oblio per le vittime di Monongah sta però per scadere. Il 14 novembre del 2003, i sindaci dei comuni italiani dai quali partirono i minatori e un inviato del Vaticano sono venuti con noi nella cittadina, per piantare una croce nel cimitero in memoria di quei morti senza nome.

    E qui mi corre l’obbligo di ringraziare le tre persone che hanno avuto un peso determinante nel far conoscere al mondo la tragedia di Monongah: il senatore Mario Baccini, sottosegretario agli esteri del governo di allora, l’ambasciatore Sergio Vento capo della nostra diplomazia negli Usa ed il collega Paolo Peluffo direttore del Dipartimento per l’informazione e l’editoria, a quel tempo portavoce del presidente della repubblica Ciampi e capo dell’u fficio stampa del Quirinale. Fu grazie ai loro buoni uffici che riuscimmo ad organizzare l’incontro verità su Monongah, che stava «saltando» perché poche ore prima, a Nassiriya, 12 carabinieri, 4 soldati e numerosi civili persero la vita per un attacco kamikaze contro la nostra postazione.

    CANISTRO. Ciampi rimase profondamente colpito dalla sciagura, e da allora è cominciata un’altra e più difficile ricerca nella quale abbiamo coinvolto una lunga serie di collaboratori. Sono andati in giro per l’Italia, nei paesi dai quali partirono i minatori di Monongah. Ed hanno scritto pagine e pagine. Storie amare di contadini sradicati dalla terra, poveri, in gran parte uomini e adulti. Storie alle quali tutti noi stiamo ancora lavorando, affinchè le inchieste e le ricostruzioni promosse dai giornalisti di Gente d’Italia rimettano anche i numeri, oltre che i nomi, al loro posto tenero e agghiacciante.

    Stiamo lavorando con Susy Leonardis, instancabile, tenace napoletana del New Jersey, la vera ispiratrice della riscoperta di Monongah. Fu lei a parlarne al collega italo-americano che non aveva capito l’entità della tragedia. Stiamo lavorando con Joseph Tropea, il professore emerito della George Washington University, che continua la sua ricerca dei parenti delle vittime. E’ soprattutto merito suo se siamo riusciti a contattare in Italia, figli e nipoti di quei poveri disgraziati.

    Ed è merito di tutti gli abitanti di Monongah che ci sono stati vicino fin dal primo giorno e che ci hanno aiutato mettendoci a disposizione documenti, foto, libri, se questa triste storia è ritornata alla luce. Merito di quel grande sacerdote che è stato Padre Briggs. Ringrazio il Consiglio Comunale di Canistro per avermi concesso la cittadinanza onoraria e ringrazio il vice ministro degli esteri Franco Danieli per aver promesso e poi attuato, senza esitazione, di onorare in nome dello Stato italiano quei poveri resti di Monongah, diventata ora un simbolo. Finalmente.

    Adesso, cento anni dopo, il ricordo del 6 dicembre si tinge soprattutto di futuro: che fare per preparare il secolo di memoria, come lasciare scolpito il senso di quell’esilio di cui s’era persa ogni traccia in che modo raccontare ai ragazzi di domani che tanti ragazzi di ieri hanno pagato con la vita il prezzo della loro debolezza: senza patria e senza lingua, né italiana né inglese, ché solo il dialetto parlavano. Non è stato bello, emigrare. Non è stato generoso, coi giusti, il carbone rosso di Monongah. Rosso di sangue, la sola cosa che ha finito per accomunarli tutti, e che il tempo - saggio - non è capace di dimenticare.
    6 dicembre 2007
     
     

    Trova Indirizzi Utili

    Annunci

    • Vendita
    • Affitto
    • Casa Vacanza
    • Regione
    • Provincia
    • Auto
    • Moto
    • Modello
    • Regione
    • Regione
    • Area funzionale
    • Scegli una regione
    Tutte
    PROMOZIONI
     PUBBLICITÀ

    Negozi

    ilmiolibro