di MIMMO PORPIGLIA Direttore di Gente d’Italia
Si tratta della «più grande sciagura della storia mineraria
statunitense». I morti italiani ufficialmente sono 171, ma in
realtà sarebbero molti di più, La maggior parte era originaria
della Campania, del Molise, dell’Abruzzo e della Calabria. Una
parte dei corpi recuperati riposano sulla collinetta del cimitero
di Monongah. Dimenticati per quasi un secolo, a Muh-nahn-guh, che
nella lingua degli indiani Seneca significa «fiume dalle acque
ondulate». Degli attimi che seguirono quella tragedia restano
moltissime fotografie, in bianconero o in un tenero seppia,
scattate da fotografi che, immediatamente, le trasformarono in
cartoline molto richieste che invasero l’America del
disinganno.
Oltre 90 anni per riportare a galla una tragedia di immane
proporzioni. Un disastro causato dai proprietari della miniera, La
Fairmont Coal Company, che non avevano attivato l’impianto di
aerazione, c’era dunque tutto l’interesse ad insabbiare l’accaduto.
Il tempo dell’oblio per le vittime di Monongah sta però per
scadere. Il 14 novembre del 2003, i sindaci dei comuni italiani dai
quali partirono i minatori e un inviato del Vaticano sono venuti
con noi nella cittadina, per piantare una croce nel cimitero in
memoria di quei morti senza nome.
E qui mi corre l’obbligo di ringraziare le tre persone che hanno
avuto un peso determinante nel far conoscere al mondo la tragedia
di Monongah: il senatore Mario Baccini, sottosegretario agli esteri
del governo di allora, l’ambasciatore Sergio Vento capo della
nostra diplomazia negli Usa ed il collega Paolo Peluffo direttore
del Dipartimento per l’informazione e l’editoria, a quel tempo
portavoce del presidente della repubblica Ciampi e capo dell’u
fficio stampa del Quirinale. Fu grazie ai loro buoni uffici che
riuscimmo ad organizzare l’incontro verità su Monongah, che stava
«saltando» perché poche ore prima, a Nassiriya, 12 carabinieri, 4
soldati e numerosi civili persero la vita per un attacco kamikaze
contro la nostra postazione.
CANISTRO. Ciampi rimase profondamente colpito dalla sciagura, e da
allora è cominciata un’altra e più difficile ricerca nella quale
abbiamo coinvolto una lunga serie di collaboratori. Sono andati in
giro per l’Italia, nei paesi dai quali partirono i minatori di
Monongah. Ed hanno scritto pagine e pagine. Storie amare di
contadini sradicati dalla terra, poveri, in gran parte uomini e
adulti. Storie alle quali tutti noi stiamo ancora lavorando,
affinchè le inchieste e le ricostruzioni promosse dai giornalisti
di Gente d’Italia rimettano anche i numeri, oltre che i nomi, al
loro posto tenero e agghiacciante.
Stiamo lavorando con Susy Leonardis, instancabile, tenace
napoletana del New Jersey, la vera ispiratrice della riscoperta di
Monongah. Fu lei a parlarne al collega italo-americano che non
aveva capito l’entità della tragedia. Stiamo lavorando con Joseph
Tropea, il professore emerito della George Washington University,
che continua la sua ricerca dei parenti delle vittime. E’
soprattutto merito suo se siamo riusciti a contattare in Italia,
figli e nipoti di quei poveri disgraziati.
Ed è merito di tutti gli abitanti di Monongah che ci sono stati
vicino fin dal primo giorno e che ci hanno aiutato mettendoci a
disposizione documenti, foto, libri, se questa triste storia è
ritornata alla luce. Merito di quel grande sacerdote che è stato
Padre Briggs. Ringrazio il Consiglio Comunale di Canistro per
avermi concesso la cittadinanza onoraria e ringrazio il vice
ministro degli esteri Franco Danieli per aver promesso e poi
attuato, senza esitazione, di onorare in nome dello Stato italiano
quei poveri resti di Monongah, diventata ora un simbolo.
Finalmente.
Adesso, cento anni dopo, il ricordo del 6 dicembre si tinge
soprattutto di futuro: che fare per preparare il secolo di memoria,
come lasciare scolpito il senso di quell’esilio di cui s’era persa
ogni traccia in che modo raccontare ai ragazzi di domani che tanti
ragazzi di ieri hanno pagato con la vita il prezzo della loro
debolezza: senza patria e senza lingua, né italiana né inglese, ché
solo il dialetto parlavano. Non è stato bello, emigrare. Non è
stato generoso, coi giusti, il carbone rosso di Monongah. Rosso di
sangue, la sola cosa che ha finito per accomunarli tutti, e che il
tempo - saggio - non è capace di dimenticare.
6 dicembre 2007