di MIMMO PORPIGLIA Direttore di Gente d’Italia
Ci siamo riusciti. Finalmente. Dopo tre lunghi anni, centinaia di articoli, inchieste e «battaglie» mediatiche di Gente d’Italia, lo Stato italiano arriva finalmente a Monongah. Per commemorare ed onorare quei poveri resti sepolti cento anni fa su quella lunga striscia di terra senza croci, senza lapidi, senza nomi. Il viceministro Danieli ha mantenuto gli impegni. Aveva promesso «Sistemeremo il cimitero di Monongah». Lo ha fatto.
Arriva lo Stato italiano dopo cento anni durante i quali insieme con la grande America si era reso responsabile di omissioni e «insabbiamenti». Arriva con il senatore Franco Danieli, viceministro degli esteri e con la medaglia d’oro al Merito Civile attribuita alle vittime del disastro dal Presidente della Repubblica Napolitano. Ci siamo riusciti. Ed ora Padre Briggs, Susy Leonardis, Janet Salvati e Joseph Troppa, tutti gli abitanti di Monongah, tutti gli italiani d’America che per cento anni si sono sentiti traditi, abbandonati dal potere centrale, e da tutti i governi e governanti che si sono succeduti negli anni, possono mettere la parola fine a questa triste storia che la storia stessa ha tentato di seppellire sotto una colata di carbone nero, di diafana dimenticanza e di una strana, assurda manipolazione.
Ci siamo riusciti. Il nostro compito è terminato. Ora spetta alla politica, al governo, allo Stato tributare i giusti onori a quei poveri disgraziati che il 6 dicembre del 1907 entrarono senza volerlo nella storia. Una storia incredibile cominciata in una fredda sera d’inverno a New York. La storia di Mo
nongah. «A proposito di italiani in America... pare ci sia un
paese, qui negli Stati Uniti, dove in una sciagura mineraria
sarebbero morti più di 500 italiani...
Il posto si chiama Mironga, Manonghi, non ricordo... E’ una storia
incredibile» mi diceva il collega italoamericano, mentre
aspettavamo hamburger e patatine in un piccolo ristorante di
Manhattan. Una storia che, all’inizio, poteva sembrare una leggenda
ma che si è rivelata nella sua inimmaginabile tragicità: quel paese
dal nome strano esiste davvero, è Monongah in West Virginia, ed
anche quei minatori morti ci sono stati davvero. Per arrivare a
scoprire questa verità, abbiamo lavorato per mesi. Il collega
italoamericano infatti non sapeva dirmi nulla di più.
Le sue erano informazioni vaghe, a partire dal nome del paese di
questa ipotetica tragedia. Una storia che mi lasciava allibito, una
tragedia più grande di quella di Marcinelle in Belgio, eppure non
se ne è mai saputo niente. Così, mentre guidavo in direzione
«aeroporto Kennedy», la mia mente era occupata da quei «500 morti
italiani». Sentivo di dover verificare quel racconto e così, appena
rientrato a Miami ho cominciato a cercare e scavare nel passato,
tra mille difficoltà. LA STORIA DI MONONGAH. Per prima cosa, ho
affidato l’incarico di avviare delle ricerche su Internet alle mie
due figlie, Margareth e Francesca e a due miei redattori.
Dopo sei ore di «navigazione», poche righe vengono fuori
utilizzando le parole chiave «miniera - americano - disastro». Si
riesce a risalire al nome esatto del paese, Monongah, e a sapere
che dista 185 miglia da Washington e che oggi ci abitano circa 445
famiglie, per un totale di 1018 persone distribuite su un’area di
1227 chilometri quadrati. Anche della tragedia c’è qualche traccia
in Internet: in 19 righe è racchiusa la morte di 361 emigranti,
rimasti sepolti nella miniera, la storia di 250 vedove e oltre 1000
orfani.
Quanto basta per decidere di andare fino in fondo. Dopo pochi
giorni, quattro cronisti di Gente d’Italia con alla testa mia
figlia Margareth, partono per Monongah. Il paese è sperduto tra le
montagne, non ci arrivano i treni e neppure altri mezzi pubblici di
trasporto. Io sistemo alcune cose, poi li raggiungo. Un viaggio che
apparve subito «infinito». Chilometri e chilometri di curve, strade
difficilmente percorribili. Neve, vento, poi finalmente l’arrivo in
un villaggio, a quindici chilometri da Monongah, dove c’era un
albergo. L’unico. Nella sala bar una cameriera serve ai
tavoli.
Consumiamo una cena frugale. Mia figlia e gli altri cronisti, tra
cui un operatore TV vanno a risposare. Io resto al bar. E’ l’ora in
cui uomini e donne arrivano per bere una birra. Uomini in
particolare. Con la fatica scolpita sul volto, le braccia
muscolose. Sono minatori. Chiedo: «Qualcuno di voi sa qualcosa dell’
esplosione di Monongah?». «Tu perché vuoi andare a Monongah?»,
dice un ragazzone dai capelli neri e lunghi, baffetti alla Arsenio
Lupin. Gli spiego che sono un giornalista italiano che ha saputo
per caso della tragedia. Smettono di bere, gli altri. E si
avvicinano al bar. Da quel momento comincia il racconto dei
minatori.
Ognuno ha in famiglia almeno una persona morta in quella sciagura.
Chiedo loro di poter vedere la miniera. Subito. Non importa se è
notte. Non importa se nevica. «Ok, andiamo...». Partiamo in nove,
con due auto. Trenta e più interminabili minuti, in un silenzio
religioso, poi, ci fermiamo in mezzo ad un prato. Alla mia destra
una collinetta, nò, è una grotta, un ingresso. LUOGO SPETTRALE. I
fari illuminano detriti, rami secchi e quel che resta di un
edificio completamente abbandonato, sventrato in più punti. Mucchi
di suppellettili arrugginite tra neve e terreno, un pezzo di elica,
no, è una ventola enorme attaccata ad un qualcosa che sembra il
motore di un aereo. Vorrei entrare nella miniera.
Impossibile non si può. Raffiche di vento gelido coprono un sordo
rumore di acque in movimento. Il cielo è nero e nuvoloso. Penso,
immagino i minatori mentre entrano in quella specie di spelonca...
i bambini... Quando si scendeva in miniera, a quel tempo, si era
accompagnati quasi sempre da un amico e spesso parente «non
censito», cioè clandestino, in modo da ottenere un maggiore
riconoscimento economico per il maggiore lavoro svolto in
compagnia. Allora il diritto a un pezzo di pane si misurava sulla
quantità dei pezzi di pietra sventrati. Più picconate, più carbone,
più cibo. E per questo i padri si trascinavano i figli minorenni
laggiù.
6 dicembre 2007