di Giorgio Galli
PESCARA. Un monumento di bronzo, circondato da un’aiuola quadrata, poggia su una base di bianchissimo marmo travertino e raffigura due militi con l’elmo. Di fronte, un edificio bianco, su cui campeggia la scritta «Albergo Palazzo». A destra si scorge corso Umberto, con, in fondo, il campanile del Sacro Cuore. Passano una persona in bicicletta e due uomini che si portano sottobraccio, come si usava una volta. Uno di loro indossa la divisa bianca dei marinai.
E’ una vecchia foto, che oggi regaliamo ai lettori: una testimonianza di quella Pescara che non c’è più, o che è rimasta senza lasciare memorie del proprio passato. Chi ha scattato quella foto si trovava dove ora è la Nave di Cascella, e voltava le spalle alla marina. Simboli del loro tempo. L’albergo esiste ancora, ed è quasi identico. Ha solo cambiato nome: oggi è l’Hotel Esplanade.
Ma il cambiamento del nome è stato una costante della sua storia. Quando fu costruito, a inizio Novecento, lo chiamavano palazzo Verrocchio, dal cognome del primo proprietario. Ma già pochi anni dopo era diventato l’Hotel Excelsior Palace Riviera di Castellamare, che rivaleggiava col Grand Hotel di Pescara quando i due comuni non s’erano ancora fusi in uno solo. Il monumento, invece, non c’è più. Luigi Lopez, autore di una sorta di vangelo sulla storia di questa città, «Pescara dalle origini ai giorni nostri», racconta che fu costruito nel 1930 per ricordare i caduti della Grande guerra.
Lo progettò lo scultore
Guido Costanzo e fu elevato in piazza Francesco Crispi, ora piazz
a Primo maggio. In quegli anni venivano inaugurate numerose opere
pubbliche: i campi da tennis, i giardini della riviera, l’ospedale,
il liceo classico. Ma sull’anno in cui l’opera fu eretta esiste un
piccolo mistero. Giovanni Guido, autore di «Aviazione e Abruzzo»,
ha trovato una delibera del 3 ottobre 1927, in cui il commissario
prefettizio Leopoldo Zurlo disponeva lavori in piazza Francesco
Crispi, «dove è stato eretto il monumento ai caduti». Il concorso
per il progetto, del resto, fu bandito nel 1923. Giovanni Guido ha
anche una foto in cui si vedono, accanto al monumento, dei soldati
coi berretti alla francese, quelli che erano in uso prima del
fascismo. «Pescara e Castellamare coltivarono fin da fine Ottocento
un vivissimo sentimento patriottico: a Corso Umberto, nel 1917,
vennero poste due lapidi, una inneggiante a Cesare Battisti e l’a
ltra che ricordava un bombardamento austriaco in cui un paio di
spezzoni (delle deboli bombe dell’epoca) fecero quattro o cinque
morti».
Guido ha del monumento un ricordo che dipinge alla perfezione il
clima di quegli anni. «Il fratello di mia madre era un celebrato
fotografo, Zioni. Alla domenica andavamo a trovarlo, e
passeggiavamo fino al monumento, in una Pescara che era un trionfo
di villini col giardino. Due volte l’anno, quando la scuola d’a
viazione dell’aeroporto iniziava i suoi corsi, i cadetti sfilavano
per la città. Si radunavano sotto il monumento, lo onoravano di una
corona d’alloro e poi marciavano, cantando, fino alla stazione o
fino a San Cetteo». Sotto la dittatura. Benito Mussolini mostrò
sempre di prediligere Pescara e le genti d’Abruzzo e del Molise. Li
elogiava perché erano contadini e patrioti, perché fra loro c’erano
pochissimi antifascisti, e (forse soprattutto) perché chiedevano al
governo solo il puro necessario. Proprio l’Hotel Palace, col nome
tradotto in Albergo Palazzo per ottemperare alle norme linguistiche
del regime, divenne la sede provinciale del partito: lì si
trovavano gli uffici del federale, l’ingegner Nicola Volpe. La
guerra, fino al 1943, non aveva sfiorato Pescara. Nel libro «Il
martirio di una città», Antonio Bertillo e Giampietro Pittarello
ricordano che in quegli anni si stampava un settimanale, «L’A
driatico», su cui c’erano solo articoli di letteratura e pezzi di
blanda propaganda fascista. Quanto Pescara fosse lontana dalla
guerra lo dimostra anche il fatto che, in pieno conflitto, il
federale chiese al Duce i fondi per un monumento a D’A nnunzio.
Bruschi risvegli. Il 25 luglio sorprese i
pescaresi in piena notte. La città sembrò incerta sul da farsi. L’i
ndomani, mentre tutta l’Italia si scatenava in dimostrazioni di
giubilo, la popolazione si riversò davanti all’Albergo Palazzo, ma
non lo prese d’assalto: le dattilografe andarono al lavoro, e
scoprirono solo più tardi che il fascismo era caduto. Qualche
gerarca venne schiaffeggiato, ma più per la sua personale antipatia
che in segno di odio al partito. Molti avvertirono i loro amici
fascisti di non muoversi da casa, e un ufficiale che salutò alla
romana il federale venne semplicemente ammonito a non ripetere quel
gesto imprudente. Anche i due bombardamenti americani, il 31 agosto
e il 14 settembre 1943, colsero Pescara di sorpresa.
«Le sirene, il 31 agosto, suonarono quando gli
aerei erano a sole dieci miglia», ricorda Romano di Bernardo,
autore di «La storia di San Silvestro». «Fu un bombardamento a
tappeto. All’albergo Leon d’oro c’erano gli allievi ufficiali al
completo. Morirono tutti. Il 14 settembre c’era stato già l’a
rmistizio, sicché molti, quando videro gli aerei americani,
pensarono volessero atterrare. Alla stazione c’era un treno carico
di farina della De Cecco, fermo da giorni. La gente era lì a
prender la farina, quando piovvero le bombe. Avevo otto anni, e
ricordo l’Albergo Palazzo ancora in piedi in mezzo a un mare di
macerie. La gente correva da una parte all’altra in cerca della
propria roba. Si diceva perfino che un tale, col collo tagliato,
aveva continuato a camminare per un po’». Gli alleati. Del
monumento ai caduti, cui i tedeschi avevano già tolto le statue di
bronzo, restò soltanto un pezzo della base. Nel libro «Pescara
nella bufera», di Antonio Bertilio e Dimitri Franco, c’è una foto
che documenta l’arrivo dell’Ottava armata britannica. Un cartello
in inglese era attaccato alla base del monumento, e diceva:
«Militari alleati, attenzione. All’alba tirate giù le maniche delle
camicie e indossate pantaloni lunghi perché le zanzare portano la
malaria».
12 settembre 2007