Ottant’anni fa, il 25 luglio 1927 (anche se alcune fonti riportano il 27), moriva a Napoli Matilde Serao, giornalista e scrittrice, prima donna italiana (e per decenni anche unica fino a tempi recentissimi) a dirigere un quotidiano. Gianni Oliva, ordinario di Letteratura italiana all’università D’Annunzio di Chieti-Pescara, ha scritto per il Centro
l’articolo che segue.di Gianni Oliva
Ottant’anni fa, in una calda giornata d’estate (a fine luglio 1927) moriva a Napoli Matilde Serao, scrittrice e giornalista tra le più autorevoli dell’Italia unita, che con coraggio e con fermezza aveva dimostrato come una donna potesse ricoprire ruoli importanti in una società conservatrice dominata incondizionatamente dal potere maschile.
Dopo una lunga carriera caratterizzata da tante battaglie, Donna Matilde, così la chiamavano affettuosamente gli amici, si spegneva amareggiata per non aver ottenuto il Premio Nobel, che le sarebbe spettato se non fosse stato per l’ultimo romanzo, «Mors tua» (1926), interpretato dal regime fascista come un’espressione poco ortodossa nei confronti della politica vigente; quello stesso regime che invece l’aveva sostenuta nella candidatura e che poi aveva preferito, quasi per farle dispetto, puntare su Grazia Deledda, rivale e antagonista della scrittrice napoletana.
«Se fosse vissuta ancora, avrebbe avuto un dolore! Ma credo ella avrebbe preferito questo dolore alla morte», commentava a qualche mese di distanza Roberto Bracco confidandosi con l’amico teatino Giuseppe Mezzanotte, «Per me la mor
te di Donna Matilde fu una grave sventura. Pur deplorando certi
suoi atteggiamenti servili, io la vedevo con gioia. Era diventata
tanto tanto buona. Mi comprendeva. Mi compativa. Mi esaltava
anche.
E con me si apriva. E insieme vivevamo qualche ora di vera
franchezza e di vera fraternità. Morta lei, io son rimasto solo,
solissimo. Non ho con chi scambiare una parola fraterna, una parola
franca» (lettera del 3 dicembre 1927).
Le lamentazioni di Bracco sono quelle di un’intera generazione di
intellettuali meridionali cresciuti a Napoli sotto la guida e l’e
sempio della Serao, che aveva esercitato un vero magistero per
giovani come Salvatore Di Giacomo, gli stessi Bracco e Mezzanotte,
Ferdinando Russo, Nicola Misasi, Gaetano Miranda, Amilcare Lauria,
Onorato Fava, senza escludere Gabriele D’Annunzio che negli anni di
collaborazione al Mattino (gli anni della malinconia: 1891-1893) le
aveva intestato la prefazione del «Giovanni Episcopo» e dichiarato
la sua svolta nell’arte narrativa.
Gli anni Ottanta dell’Ottocento erano stati anni felici, operosi;
la letteratura si sposava col giornalismo in una simbiosi nuova e
affascinante. Il giornalismo partenopeo segnava il polso del ricco
e vitale organismo culturale cittadino, orientato verso propositi
di svecchiamento della letteratura nel tentativo di purificarla dai
residui romantici e di sintonizzarla sul repertorio straniero.
Sintomatica a riguardo l’azione di Vittorio Pica che nel decennio
tra l’Ottanta e il Novanta fu un apostolo della letteratura
francese promuovendo non solo Zola e i De Goncourt, ma anche
Maupassant e Bourget, mentre Federico Verdinois e Domenico Ciampoli
(altro abruzzese trapiantato a Napoli) aprivano le porte con le
loro traduzioni agli scrittori russi. Era il periodo grosso modo
del Corriere del mattino di Martino Cafiero che Croce definirà non
a caso «la culla della nuova letteratura napoletana», la palestra
di formazione di giovani leve destinate ad affacciarsi spavalde nel
panorama italiano.
E tra le nuove proposte la Serao amò in particolare Paul Bourget,
nel quale troverà conferma della sua disponibilità psicologica già
dimostrata in opere d’esordio come «Cuore infermo» (1881). Mentre
condannava senza rimedio gli scolaretti di Zola (Céard, Rod,
Hennique, Huysmans, quelli, per intenderci, della scuola
naturalista delle Serate di Médan), additava con ammirazione l’a
utore dell’«Irréparable» e di «Terra promessa», quest’ultimo
romanzo subito ospitato nelle appendici del Mattino diretto insieme
al marito Edoardo Scarfoglio.
Scrivendo a Gegè Primoli, fotografo appassionato e generoso
mecenate, a proposito degli entusiasmi suscitatele dallo scrittore
francese, peraltro conosciuto di persona nel 1892, esclamava: «Che
strana letteratura, caro Gè! Quale delicato vagabondaggio nelle
regioni spirituali! Io le intendo e le apprezzo queste finissime
analisi delle anime inferme» (lettera del 27 luglio 1884).
* * *
Italiana e napoletana verace, il caso aveva voluto che nascesse in
Grecia a Patrasso, ove suo padre Francesco Serao si era rifugiato
per sottrarsi alle persecuzioni della polizia borbonica. Vecchio e
squattrinato pubblicista (la sua figura è adombrata a tratti nel
personaggio di Riccardo Joanna nel romanzo omonimo), Matilde
apprende da lui quanto conti nella professione giornalistica la
dignità e la libertà di opinione, di contro a qualsiasi
interferenza o sollecitazione esterna.
Dopo un biennio in cui si trova a lavorare come impiegata ai
Telegrafi di Stato (1876 - 1878), la giovane Serao si immerge
completamente nelle attività delle redazioni e collabora a varie
testate prima a Napoli, poi a Roma, ove si distingue nel Fanfulla
della domenica, nella Domenica letteraria, nella Cronaca bizantina
stringendo amicizia tra gli altri con Giovanni Verga, Giuseppe
Giacosa, Ferdinando Martini e ove si unisce il matrimonio con
Edoardo Scarfoglio, con il quale, prima direttrice di quotidiani in
Italia, fonda Il Corriere di Roma durato fino al 1887; in seguito,
dopo il fallimento dell’impresa, torna a Napoli occupandosi del
neonato Corriere di Napoli e del giornale che la caratterizzerà
maggiormente, Il Mattino (1892), diretto insieme all’esuberante
marito, polemista irriducibile, africanista tenace, meridionalista
convinto e spregiudicato.
31 luglio 2007