L'AQUILA. Il caso delle mense scolastiche all'Aquila finisce davanti ai giudici del Tar. Il ricorso contro il Comune è stato presentato dalla ditta Essebi srl dell'imprenditore avezzanese
Berto Savina attraverso l'avvocato
Fausto Corti. In particolare si chiede «l'annullamento della disposizione del 18 dicembre 2011 con cui il dirigente del settore Politiche sociali e diritto allo studio del Comune dell'Aquila ha disposto l'annullamento della gara per l'affidamento del servizio di refezione scolastica e sporzionamento per gli alunni del Comune dell'Aquila, nonché degli atti presupposti e segnatamente del verbale della commissione aggiudicatrice del 15 dicembre 2011 con cui è stato dichiarato l'esito negativo della procedura di verifica di anomali dell'offerta presentata dalla ricorrente». Attualmente il servizio di refezione scolastica in una trentina di scuole è gestito, in proroga, dalla società Vivenda. Nel frattempo la giunta
Cialente starebbe predisponendo un nuovo bando. Quello vecchio è scaduto da oltre un anno e mezzo. Oltre alla Vivenda, le offerte erano state presentate dalla Essebi di Avezzano e dalla Csa dell'Aquila. Per la commissione comunale c'erano delle anomalie perché le offerte «presentate dalle imprese classificate erano state ritenute inattendibili dalla commissione giudicatrice». Da qui la proroga alla Vivenda. Nel ricorso al Tar presentato dalla Essebi si fa presente che «il servizio è allo stato svolto
in regime di proroga dalla precedente aggiudicataria (la Vivenda spa) che viene pagata 4,60 euro a pasto, contro un'offerta della Essebi di euro 3,65. Tenuto conto di un numero di pasti complessivo di 440.000 euro annui, corrispondenti a circa 44mila mensili, il mancato affidamento del servizio alla esponente sta producendo un danno all'amministrazione comunale di circa 40mila euro mensili per un totale, ad oggi, di 200mila euro». Sempre stando a quanto evidenziato nel ricorso dell'avvocato Corti, accompagnato da una serie di documenti che ricostruiscono le tappe della vicenda, «si tratta di una inutile dissipazione di denaro pubblico cui potrebbe essere messa fine se il servizio fosse svolto dalla ricorrente». (r.rs.)
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31 gennaio 2012
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