Ricostruzione fallita, Fontana se ne va

L'architetto al centro della spaccatura tra L'Aquila e piccoli Comuni

    di Enrico Nardecchia L'AQUILA. Vere e finte che siano, le dimissioni di Gaetano Fontana dalla struttura tecnica di missione sono la manifestazione del fallimento del processo di ricostruzione così come disegnato dal fu governo Berlusconi e dal suo commissario Chiodi.

    DIVISORI. Nelle due paginette in cui l'architetto rimette il mandato nelle mani di Chiodi, il quale fa sapere di dover prima leggere ma di essere pronto a confermarlo nell'incarico, Fontana fa anche un'ammissione di responsabilità e un richiamo allo stesso commissario. «Non ritengo utile per la Ricostruzione», scrive, «puntare sull'appoggio e la condivisione del nostro operato da parte dei sindaci dei comuni minori - che pure ringrazio per il lavoro svolto e per la costante fiducia e vicinanza dimostrata - in contrapposizione al comune di L'Aquila: la divisione dei soggetti del territorio è sempre e comunque una sconfitta che è compito del Commissario evitare». Segue un'ulteriore autocritica di Fontana. «Dal momento che la struttura e io personalmente, siamo ritenuti una delle cause, se non la principale, della lentezza della ricostruzione e della divisione del territorio, non posso che rimettere il mio incarico di Coordinatore, perché Lei possa valutare se esistono ancora le condizioni per proseguire il lavoro avviato due anni fa, con orgoglio e spirito di servizio».

    I MOTIVI. Fontana scrive, in sostanza, di volersi dimettere perché stanco degli attacchi su un'ordinanza (quella dei centri storici arrivata tre anni dopo il terremoto) che, a suo dire, era stata concordata anche col Comune dell'Aquila ai tempi d
    el mediatore Letta. Cosa che il sindaco Cialente smentisce con forza. L'architetto, che parla di «campagna denigratoria e pretestuosa», si difende l'ordinanza che non mette i soldi sulle seconde case. Ad aumentare la confusione una nota di agenzia che annunciava: «Ordinanza, contributi anche per le seconde case» cui faceva seguito, pochi minuti dopo, la duplice rettifica della Sge, che ha parlato prima di «ordinanza che non prevede contributi per le seconde case» e poi di «ordinanza che non prevede novità per le seconde case». Il caos totale.

    «NIENTE DA DIRE». «Ho consegnato una lettera a Chiodi. Non ho niente da dire», aggiunge Fontana al telefono. «Meglio aspettare prima di fare dichiarazioni di qualsiasi tipo. Per me parla la lettera. Non si può continuare a sparare senza cognizione alcuna».

    CHE SUCCEDE ORA. La mossa di Fontana può accelerare il processo di conclusione della fase commissariale. Ma anche no. Del resto, Chiodi ha ribadito di voler leggere, capire, prima di prendere una decisione. È un fatto che, ormai da mesi, non esista più dialogo tra Comune dell'Aquila, struttura commissariale e di gestione dell'emergenza. Fontana, da tecnico, si mette al centro dello scontro politico destra-sinistra, tra il Pdl del commissario Chiodi e il Pd di Cialente, con la paralisi della ricostruzione sullo sfondo. Coccolato dai piccoli Comuni, che in lui hanno riposto ogni speranza, il capo della struttura di missione non è di casa al Comune dell'Aquila. Lo ammette egli stesso. Alla faccia della città territorio.

    CIALENTE. «Fontana? Non lo sento da un mese», dice il sindaco. «Non l'ho sentito neanche stavolta. Secondo me si tratta di una scelta corretta: Fontana prende atto del fallimento che c'è stato. Credo che è anche un modo per capire i ritardi accumulati e che ci siamo infilati in un vicolo chiuso. Al di là del giudizio sulla persona, di cui ho grande stima, è proprio il sistema che si è creato che non va. Il sistema comissariale e la Stm erano stati pensati in modo diverso. Questo è il fallimento di tutta la governance, indipendentemente dalle persone. Chiodi ha l'occasione per prendere atto di questo. Tragga le conseguenze: con la caduta del governo Berlusconi e la venuta meno di Letta come mediatore vedo che la struttura commissariale ormai non concorda più nulla nemmeno coi Comuni. L'ho capito dalla telefonata con Monti che l'ordinanza non era un atto del governo ma uno schiaffo a noi. Una trappola. Non è vero che le norme erano state concordate. Mancano molti dei punti che furono trattati. Ora alle ordinanze penserà il Tar».

    LOLLI. Per il parlamentare Pd Giovanni Lolli «al di là delle persone, bisogna superare la fase del commissariamento. Il meccanismo non funziona. È per questo che ci battiamo per la legge. Non è una questione di Chiodi o Fontana. La priorità dev'essere lo snellimento della governance e delle procedure».

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    26 gennaio 2012
     

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