D'Ercole: dall'Aquila non me ne vado

Il vescovo che rischia il processo si difende: voglio la lettera anonima spedita al Papa

       L'AQUILA. «Un rinvio a giudizio per deduzione dei magistrati». Rabbiosa difesa televisiva, su un terreno, del resto, a lui congeniale, da parte del vescovo ausiliare Giovanni D'Ercole. Ospite ieri, in seconda serata, di una trasmissione di La7, il presule ha attaccato il Centro, «il giornale locale che mi ha fatto passare come un intrallazzatore» in relazione all'inchiesta sui fondi per il sociale.  «IO RESTO QUI». Dopo un'ora circa di appassionata difesa in relazione al coinvolgimento della Curia nella Fondazione Abruzzo solidarietà e sviluppo, il sodalizio di cui i due vescovi sono stati a lungo ai vertici prima di uscire di scena, D'Ercole ha sfidato i magistrati. Prima ha detto di non aver incontrato Traversi dopo essere uscito dall'interrogatorio in procura (fatto per il quale il pm Antonietta Picardi sta per chiedere il rinvio a giudizio). Poi si è corretto subito: «Ho incontrato Traversi da frate, da prete. Gli ho detto: noi dobbiamo essere retti. Ecco tutto. Non ho rivelato alcun segreto e la cosa verrà dimostrata così come è stato dimostrato che non è vera l'accusa di falsa testimonianza che pure in via provvisoria mi era stata contestata. Se tutto sarà dimostrato così come io credo, quando tutto sarà finito, quando non ci sarà più alcun reato da contestare allora sì che bisognerà vedere chi mi ha attaccato e perché».  LA LETTERA ANONIMA. Nel salotto tv, pro
    gressivamente galvanizzato dalle domande, D'Ercole da potenziale imputato è diventato investigatore. L'ha fatto quando, con gesto perentorio, ha chiesto al conduttore che gli venisse consegnata una lettera anonima, firmata «Consiglio presbiterale», ma ritenuta apocrifa, contenente una richiesta di trasferimento del vescovo finito sotto accusa. «Datemi questa lettera che ci penso io», ha tagliato corto il vescovo infervorato. «Così potrò avviare un'indagine per vedere chi si nasconde dietro al consiglio presbiterale, un organismo del quale faccio parte. Lo so che questa lettera è arrivata in Vaticano ma è falsa». Ecco uno dei passaggi conclusivi della missiva: «Gratificatelo in maniera diversa. Donate a questa terra un po' di pace». La lettera è arrivata fin dentro il palazzo apostolico. Ma D'Ercole non molla e vuole restare.  «UN BRUTTO VIZIO». «In Italia», ha sentenziato il vescovo indagato, «c'è un brutto vizio, quello di giudicare le persone nella fase dell'indagine e poi potrebbe tutto terminare in una bolla di sapone. Io sono in attesa. Mi auguro che gli indagati riescano a giustificare che non hanno fatto nessun reato. Se sono colpevoli mi proporrei come parte civile». (e.n.)

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    26 gennaio 2012
     

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