di Giampiero Giancarli
L'AQUILA. «Ero sotto giuramento e al giudice ho solo detto la verità». Il sindaco Massimo Cialente si smarca dalle accuse mosse dopo le sue dichiarazioni choc al processo alla commissione Grandi Rischi e ribadisce: «Da quella riunione non uscii rassicurato, tutt'altro». «Ricordo», spiega il sindaco dell'Aquila, «che seppi di quella riunione in netto ritardo e mi precipitai lì quando era quasi finita. Del resto, tutti sanno che fu molto breve. Ero lì spaesato e delle persone presenti non conoscevo nessuno se non l'ex assessore regionale alla Protezione civile
Daniela Stati. Mi avvicinai a qualcuno di loro e carpii una frase di uno dei componenti della commissione sulle accelerazioni dei terremoti di cui compresi solo in parte il significato, non essendo un tecnico. Poi ascoltai una dichiarazione del professor
Enzo Boschi il quale disse che, pur senza sapere quando, l'Aquilano sarebbe stato presto o tardi colpito da un terremoto forte. Poi disse che qui sarebbe stato il caso di pensare a costruire bene le case e mettere in sicurezza i palazzi. Ma con quali soldi, visto che il Comune non li aveva?».
«Se davvero fossi stato rassicurato», aggiunge, «il mio comportamento non sarebbe stato certo quello di chiudere subito un paio di scuole, la "De Amicis" e la scuola di Santa Barbara, e di telefonare a
Guido Bertolaso, allora capo della Protezione civile per avviare la richiesta di dichiarazione dello stato di emergenza per calamitare l'attenzione sulla città a livello nazi
onale visto che non si muoveva nulla ed eravamo senza soldi. In
particolare aggiungo che la scuola di Santa Barbara non presentava
danni particolarmente significativi in seguito allo sciame sismico
ma la mia preccupazione era tale che dissi all'assessore
Ermanno Lisi di chiuderla subito comunque».
«Del resto», aggiunge Cialente, «nessuno poteva immaginare che il
terremoto ci sarebbe stato solo pochi giorni dopo per cui provare a
ottenere qualche fondo dal governo centrale per avviare qualche
lavoro non era una scelta sbagliata. Tornando alla riunione, senza
voler mancare di rispetto a quegli scienziati, ma solo per rendere
l'idea, mi sembrarono degli stregoni che curavano una malattia per
la quale non ci sono terapie. Insomma, al momento, nessuno al mondo
è in grado di fare previsioni serie sul terremoto per cui dovete
capire il mio stato d'animo di allora. Inoltre il giorno prima, e
questo l'ho detto anche al giudice, avevo visto una nota della
Protezione civile nazionale nella quale si parlava di uno sciame
sismico sotto osservazione e niente più. Poi quella riunione dalla
quale non ci furono indicazioni decise. Mi sentii disorientato e
solo anche perché dovevo prendere decisioni importantissime senza
avere una base sicura su cui orientarmi. E, del resto, nessuno
poteva consigliarmi. Ripeto, quindi, che ero spaventato e dopo la
riunione lo fui ancora di più».
«Quando sono andato a deporre in tribunale», prosegue, «mi è
toccato rispondere alla domande del giudice su determinati aspetti.
Non mi è stata certo chiesta una valutazione politica su quella
riunione». Una riunione nata sotto una cattiva stella anche perché
il sindaco, che è anche il capo della Protezione civile locale, fu
invitato in netto ritardo e
Stefania Pezzopane,
allora presidente della Provincia, fu totalmente ignorata cosa che
fu da lei stigmatizzata. «Non ho predisposto l'organizzazione e
dislocazione delle tendopoli», dice ancora, in riferimento a un
tema trattato anche nell'interrogatorio, «in quanto, nonostante il
mio ruolo, questo non poteva essere fatto prima di un evento di cui
nessuno aveva la più pallida idea su se e quando ci sarebbe stato.
Questo era compito specifico della Protezione civile regionale o a
livelli ancora più alti. Il piano di Protezione civile, subito dopo
la tragedia, ha funzionato. Sbavature ci sono state soltanto perché
alcune persone che dovevano stare al loro posto non arrivarono in
quanto avevano avuto la casa distrutta o parenti morti e feriti. Ma
tutto l'apparato era stato predisposto nei modi adeguati».
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9 dicembre 2011
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