di Marianna Gianforte e Melissa Di Sano
L’AQUILA. La procura di Pescara, grazie alle intercettazioni, ha scoperto fatti di competenza di altre procure, quali Roma, Perugia e L’Aquila, e li ha trasmessi a chi di dovere. Si tratta di reati contro la pubblica amministrazione che hanno come punto di partenza il terremoto. Episodi di ordinaria corruzione commessi con ogni probabilità da personaggi politici, gente che negli anni ha avuto una certa notorietà e che ora sembra non arrendersi.
«Ci sono altre vicende legate al terremoto sulle quali la procura dell’Aquila sta indagando», dice, «fatti ancora assolutamente sconosciuti». Lancia un nuovo sasso nello stagno delle inchieste legate al terremoto del 6 aprile 2009, il procuratore della Repubblica di Pescara Nicola Trifuoggi. Uno stagno già pieno di fatti e personaggi finiti nel mirino dei magistrati in questi quasi tre anni trascorsi dal sisma.
Il procuratore capo sceglie la platea di studenti, giornalisti, militari e investigatori arrivati nel polo didattico di Scienze per l’Investigation Day. «Ci sono nuove vicende scoperte e che spero diventino presto note, notissime, e lo diventino nel modo più pesante possibile», ha detto il procuratore, augurandosi cioè che le nuove inchieste «vengano messe presto a conoscenza della comunità. I cittadini devono reagire con la stessa dura indignazione che hanno espresso per le intercettazioni di “quelli che ridevano” per la catastrofe in Abruzzo», Gagliardi e Piscicelli.
Trifuoggi ha accettato di partecipare ieri alla nona edizione dell’Investigation day. Al centro del dibattito una riflessione s
ui temi investigativi e giudiziari sul terremoto aquilano. All’A
quila, dove è stato procuratore una ventina di anni fa, Trifuoggi è
ancora legato. «Qui ho incontrato la donna che sarebbe diventata
mia moglie», ha raccontato, «quindi ho continuato a frequentare la
città. Conosco il lavoro della procura. So che ha aperto numerosi
procedimenti legati al terremoto». Tra i quali quelli «relativi ai
crolli di alcuni edifici costruiti in maniera non appropriata. Poi
quello che vede coinvolta la commissione Grandi rischi, accusata di
aver sottovalutato lo sciame sismico. E ancora tutti i procedimenti
aperti legati agli affari economici che qualcuno ha tentato di fare
con i fondi del sisma. Anche in un piccolo Comune del cratere
sismico di Pescara», ha ricordato Trifuoggi, «è nata una piccola ma
pericolosa combriccola di affaristi, che mirava a intascare quei
fondi. Complici alcuni esponenti politici, tecnici del Comune e
imprenditori locali».
Ecco perché, a giudizio del procuratore, «anche a Pescara
conosciamo le ambizioni che nutrono alcuni malintenzionati sui
soldi dello Stato».
Trifuoggi ha poi ricostruito il modo in cui sono nate alcune delle
inchieste del sisma. Fondamentale, in quei casi, è stato l’utilizzo
delle intercettazioni, strumento che il governo intende riformare
limitandone l’uso. «Alcune indagini riguardanti il sisma hanno
preso le mosse da altre aperte dalla procura di Pescara», ha
spiegato il procuratore capo, «mentre stavamo intercettando persone
per reati diversi. E io qui voglio lanciare un allarme: le
intercettazioni telefoniche sono preziose e vanno salvaguardate. La
riforma all’esame del Parlamento potrebbe sminuirne l’utilità.
Abbiamo scoperto diverse vicende legate al terremoto grazie ad
esse. Nell’ambito di una conversazione sono ad esempio emerse
dichiarazioni rilevanti per individuare reati penali all’Aquila.
Stavamo indagando sulla strada Mare-Monti, che avrebbe dovuto
collegare Penne a Pescara», ha ricostruito Trifuoggi, «e ci siamo
imbattuti in alcune telefonate di un ingegnere romano, indagato in
quell’inchiesta. Scoprimmo così che quell’uomo era collegato anche
con gli appalti per il G8 alla Maddalena e all’Aquila. A quel punto
abbiamo trasmesso gli atti alle procure interessate. Tra le quali
quella dell’Aquila».
Ha difeso dunque a spada tratta lo strumento delle intercettazioni
il procuratore di Pescara, così come ha fatto a Roma, due giorni
fa, dove è stato ricevuto dalla commissione d’inchiesta del Senato
sulla Sanità. E ha criticato senza riserve l’ex ministro della
Giustizia, Angelino Alfano. «Disse che si dovrebbe tornare ai tempi
dei poliziotti che si appostavano per pedinare la gente. Il
ministro vorrebbe farci tornare a utilizzare metodi desueti e non
più efficaci per scovare reati commessi anche con le moderne
tecnologie». Il magistrato è «al servizio della comunità » e il
controllo sulle sue attività, secondo Trifuoggi, «avviene proprio
facendo conoscere la sua attività all’opinione pubblica». D’altra
parte, ha ricordato con un filo d’ironia che lo contraddistingue,
«è un’assurdità dire che la riforma permetterà di ricorrere alle
intercettazioni per i reati di mafia. E come li vogliamo trovare
questi reati? Aspettando la risposta “pronto, qui mafia”?».
È invece importante, ha sottolineato il procuratore capo, per fare
uscire la criminalità organizzata allo scoperto, partire dai reati
comuni: furti, incendi. «Se la riforma delle intercettazioni fosse
passata già alcuni anni fa», ha concluso, «oggi gli aquilani ancora
non saprebbero nulla delle intenzioni di quei due che ridevano al
telefono per la tragedia in Abruzzo. Perché avrebbero dovuto
aspettare che l’indagine arrivasse al primo grado di giudizio, il
livello che consente, in base ai testi all’esame in Parlamento, di
rendere pubblici i contenuti delle intercettazioni ». Quindi
quattro-cinque anni. Un tempo lunghissimo, trascorso il quale
quelle informazioni avrebbero avuto un peso probabilmente inferiore
sull’opinione pubblica-
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27 ottobre 2011
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