Il cardinale Sodano: L’Aquila, basta liti

Vacanze abruzzesi per il cardinale: amo questa terra

    di Enrico Nardecchia Case, chiese e lavoro per tutti. Programma rosso porpora per il rilancio dell'Aquila, «città che amo moltissimo». Il cardinale Angelo Sodano, decano del Collegio dei principi della Chiesa, in vacanza a Rocca di Mezzo, a mezzogiorno ha già letto i giornali da un pezzo. Sul suo tavolino anche il Centro, acquistato ogni mattina durante le ferie agostane. Ormai il cardinale è un habitué delle Rocche. Qui, l'anno scorso, ebbe una visita speciale. Era il 6 agosto, la Trasfigurazione. E un uomo vestito di bianco varcò il cancelletto del villino Di Paola. Papa Ratzinger, all'ombra di questi pini, consumò una veloce merenda. «Tornerà? Forse...ma stavolta dovremo fargli una bella accoglienza, una festa, non come l'altra volta quando avvenne tutto riservatamente». Altre volte, invece, il cardinale ha passeggiato con Carlo Azeglio Ciampi «che qui veniva a rifugiarsi dal caldo e dall'umidità di Santa Severa». La chiamano «Casa dei Papi», quest'abitazione a un piano che il prelato rocchigiano Vittorio Di Paola donò al Vicariato di Roma e quindi alla Santa Sede. Immersa nel verde, la casetta che guarda il Gran Sasso e Terranera da una parte e Rocca di Mezzo dall'altra è protetta dall'ombra della pineta di San Leucio, santo brindisino il cui culto fu portato qui dai pastori e fu così sentito, nei secoli, tanto da divenirne il protettore. Il cardinale, in clergyman e croce pettorale, va incontro agli ospiti lungo il vialetto. «Buongiorno, come state? E come sono messe le vostre case?». Ripete la stessa domanda che rivolge anche quando va nei m
    ercatini ad acquistare i cd di canti di montagna («Ce ne sono di bellissimi»), o a fare due passi all'Aquila, tra la gente. Una vita nella diplomazia vaticana, poi accanto a Giovanni Paolo II come suo Segretario di Stato, l'ottuagenario porporato astigiano, ma abruzzese d'adozione, scruta l'orizzonte. «Lì c'è Stiffe, con le Grotte: ci sono stato. Più giù Villa Sant'Angelo». Il presente della ricostruzione. E il passato dei tanti momenti trascorsi quassù da Papa Wojtyla.

    Appena pochi giorni fa la passeggiata in centro all'Aquila, il caffè al bar Nurzia e il giro a piedi ai Quattro cantoni dove gli aquilani l'hanno riconosciuto e fermato. Come ha visto la città?
    «Del centro storico mi ha impressionato la grande arte con la quale è stato messo in sicurezza l'immenso patrimonio architettonico. A Collemaggio verrebbe da dire che i lavori quasi quasi la rendono più bella del passato. Va dato atto alle maestranze, vigili del fuoco, architetti, ingegneri, di aver profuso un grande sforzo per salvare una ricchezza immensa. Questa si chiama fase numero 1. Ora bisogna passare alla fase 2, alla ricostruzione».

    Tuttavia la ricostruzione non parte, tra liti e divisioni che non risparmiano la politica ma neppure il clero. Come se ne esce? Che ruolo ha la Chiesa?
    «Alla base di tutto dev'esserci la concordia. La Chiesa è agente di concordia, questa la sua missione nel mondo. L'Aquila ha la sua Perdonanza. I cristiani di questa città devono portare alta la bandiera della concordia anche in questa difficile fase. Per dirla con Cicerone, con la concordia tutte le realtà piccole crescono, tutte le grandi vanno in rovina. Concordia come valore cristiano e umano. L'Aquila ne ha tanto bisogno».

    Già, ma come ricostruire? Da dove partire?
    «L'ideale non è di questo mondo. Mai si saprà la forma migliore di ricostruzione. Non bisogna illudersi ma cooperare l'uno con l'altro perché questa grande città rifiorisca bella e grande come prima. Già ci sono i segni di tanti progressi, anche in questo piccolo Comune dove pure si uniscono gli sforzi degli amministratori locali, del sindaco Emilio Nusca e del parroco don Vincenzo Catalfo».

    La classifica delle priorità?
    «Anche Papa Benedetto XVI ha a cuore le sorti di questa terra. Ci sono le case degli uomini, poi ci sono le chiese, tante e belle, della città e dei paesi. Poi c'è questa piccola casa che, se il Papa vorrà, potrà essere un luogo di residenza per brevi periodi, tipo Castel Gandolfo. Bisogna adattarsi, ma ci si sta bene. Poi, il lavoro. È quello di cui mi parla la gente, i giovani. Lavoro sicuro e ben retribuito. Per tutti».

    Che idea si è fatta, in tutti questi anni di frequentazioni, degli aquilani?
    «Qui c'è tanta gente buona, il messaggio del Vangelo di Cristo la gente lo raccoglie. C'è una grande e ammirevole generosità. Non bisogna, d'altro canto, meravigliarsi delle miserie umane ma ricercare sempre la concordia e l'unità. Quando nel 1943 ero al liceo di Asti, e c'era la guerra, il mio professore di filosofia diceva: "non meravigliatevi mai di nulla, quando vedrete che il Po non avrà più le sponde, allora meravigliatevi". È compito di noi cristiani non ingrandire i nostri mali, ma cercare di porvi rimedio».

    Un altare in memoria di Papa Wojtyla avrà la sua benedizione.
    «Anch'io ho voluto unirmi all'omaggio che la comunità di Rocca di Mezzo ha voluto rendere al grande pontefice, per i profondi vincoli che mi univano a lui. Sono stato, infatti, suo Segretario di Stato per ben 15 anni, dal 1990 fino al termine della sua vita in quel 2 aprile del 2005. Ogni manifestazione in suo onore è anche per me un motivo di gioia, lieto di vedere glorificata questa grande figura di pastore della Chiesa».

    Come nasce la predilezione di Giovanni Paolo II per l'Abruzzo?
    «È ben noto che egli aveva una vicinanza speciale all'Abruzzo, alla sua natura e alla sua gente. Ne ammirava la bellezza dei suoi monti e la bontà del suo popolo. Qualcuno ha parlato di sei visite ufficiali e di 35 visite private nel corso dei suoi 26 anni di pontificato. Certo vi influì anche il fascino che esercitava su di lui la religiosità di questo popolo. Ben nota è l'importanza che il compianto pontefice dava alla celebrazione della Perdonanza dell'Aquila, e al messaggio sempre attuale del Papa abruzzese San Celestino V, del quale ammirava la radicalità evangelica».
    12 agosto 2011
     
     

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