di Marco Tabellione
«Quest'anno il festival è dedicato agli studenti morti sotto le macerie del terremoto dell'Aquila, e in particolar modo ad una ragazza, Giulia Carnevale, morta a soli 19 anni proprio davanti alla casa degli studenti crollata». Presenta così Dacia Maraini, una delle più grandi scrittrici italiane, il festival di Gioia dei Marsi "Il teatro di Gioia", iniziato ieri con la regista Emma Dante e che si concluderà l'11 agosto.
Signora Maraini, come mai questa particolare dedica?
«Vogliamo rinvigorire la memoria di quanto accaduto, anche perché a settembre si apre il processo per i responsabili e molte di queste famiglie si sono costituite parte civile. C'è senz'altro una parte di tragedia naturale, ma c'è anche una parte di responsabilità. Certo, non è stato fatto di proposito, ma c'è stata indubbiamente leggerezza. Il terremoto non si può prevedere, senz'altro, ma non si può neanche non prevedere una scossa grossa dopo tante piccole».
Come si presenta il cartellone di quest'anno?
«Ieri, 6 agosto, c'è stato lo spettacolo di Emma Dante, una grandissima autrice, legata ad una sorta di teatro sperimentale. Stasera, 7 agosto, è previsto un mio testo inedito, con Simona Marchini e la regia di Giorgio Treves, un testo dedicato ad Enrichetta Pisacane, che fuggì di casa per seguire Carlo Pisacane. Domani, 8 agosto, c'è uno spettacolo itinerante "Danzò, danzò" che racconta la storia di una ragazzina la quale, indossate delle magiche scarpette rosse, non riesce più a smettere di ballare. La giornata di domani, 8 agosto, s
i concluderà poi con una serata musicale legata al "Premio Giuseppe
Moretti", si tratta di giovani autori che hanno musicato poesie
della letteratura italiana, Pascoli, Leopardi, Pasolini. Il 9
avremo Arnaldo Ninchi ed Enrico Baroni in "L'uomo dal fiore in
bocca" di Pirandello e a seguire un testo di Cechov. Il 10 un altro
mio brano "La notte dei giocattoli" e infine, a conclusione della
rassegna, l'omaggio a Giulia Carnevale, una lettura delle lettere e
dei diari che la ragazza ha lasciato e che io ho raccolto e che
verranno presentati anche con l'aiuto di attrici come Piera degli
Esposti. Alla fine di questo spettacolo ci sarà un dibattito sulla
tragedia del terremoto».
Molti testi in rassegna sono i suoi, si tratta di opere di
repertorio o composte per l'occasione?
«A parte il testo per Giulia, si tratta di opere già
scritte. Avrei preferito non mettere in cartellone molte mie cose,
ma purtroppo abbiamo avuto una riduzione dei finanziamenti. Erano
previsti altri nomi, anche di un certo di rilievo, ma abbiamo
dovuto rinunciare».
La rassegna di Gioia è un appuntamento teatrale stabile. Ma come
mai non un premio letterario?
«Non ne posso più di premi letterari. Ce ne sono
cinquemila in Italia. E poi mi piace il teatro, lo si fa per stare
insieme, c'è modo di conoscere gente, è uno spettacolo in diretta.
Alla rassegna ogni sera abbiamo dalle 300 alle 800 persone».
Cosa vuol dire per lei scrivere per il teatro, rispetto alla
scrittura narrativa?
«Sono due cose completamente diverse. Scrivere per il
teatro vuol dire curare in modo particolar il linguaggio, è un
misto tra scritto e parlato, non si scrive per essere letti, ma per
far parlare gli attori, e bisogna mettere loro in bocca cose
credibili».
Come mai questo festival in Abruzzo? Cosa la lega a questa
regione?
«Vivo a Pescasseroli da 15 anni. Sono affezionatissima a
questo territorio, mi trovo bene con la gente, c'è stima reciproca.
Venire qua per me non vuol dire venire in vacanza, io ci vivo, mi
interesso dei problemi, e tra l'altro è il luogo dove
scrivo».
Lei è considerata una delle più importanti scrittrici italiane.
Come considera l'attuale panorama letterario italiano?
«Non mi sembra un cattivo momento. Ci sono molti talenti
nuovi, c'è una voglia di intervenire sulla realtà sociale. Ci sono
molti bei libri che si affacciano all'orizzonte».
Condivide l'interesse per il genere noir, molto richiesto
soprattutto d'estate?
«Non amo il noir ma non lo considero di per sé un genere
volgare o irrilevante. Ci sono scrittori di noir di valore. Ma
certo quello che prevale è una letteratura di consumo. Direi che il
suo successo è dovuto a una infantilizzazione del lettore. Leggere
un noir è come entrare in uno di quei tunnel della morte che
propongono i baracconi dei parchi giochi. Chi sale sul trenino che
si avventura in mezzo ai fantasmi e agli scheletri appesi vuole
provare un brivido, ma solo un brivido divertito, da cui si
allontana indenne e rassicurato».
Che conoscenza ha dell'ambiente letterario abruzzese, cosa pensa
dei successi di Fioretti con "Il segreto di Dante" o di Donatella
Di Pietrantonio?
«Non ho letto "Il segreto di Dante", ma ho letto "Mia
madre è un fiume" che mi è piaciuto molto. Sebbene l'Abruzzo, per
la sua antica povertà non sia una regione che legge molto, ci sono
poeti e scrittori di valore. Sono contenta quando sento che hanno
successo. Alle volte mi sembra che gli abruzzesi non si amino.
Finamore è tenuto in scarso conto. E che dire di Silone,
dimenticato da tutti, e di Flaiano che non si ristampa più? Solo
D'Annunzio viene proposto di continuo, ma nonostante la difesa
cieca del "vate", a me non sembra lo scrittore più rappresentativo
dello spirito abruzzese».
Qual è secondo lei il ruolo della letteratura? Ha una
funzione puramente estetica e ricreativa?
«Lo scrittore è un testimone del suo tempo. Gli si chiede
di dire la verità su ciò che vede. Non la verità in senso astratto
e dogmatico, ma la verità della testimonianza. Il testimone deve
raccontare con sincerità e generosità quello che ha visto, senza
imbrogliare e truccare i fatti. Se lo fa sarà utile alla comunità,
altrimenti sarà un momentaneo suscitatore di emozioni».
7 agosto 2011
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