di Federica Pantano
SULMONA. No a impianti impattanti o progetti avveniristici come il casinò e le due torri. Sì all'aglio rosso, all'artigianato locale, al turismo, alla cultura, alle bellezze architettoniche e naturalistiche. A un anno dalla visita del papa, il vescovo
Angelo Spina, parla di Sulmona come una città senza una vocazione precisa e indica nel messaggio di fede e speranza lanciato da Benedetto XVI la strada da seguire per rinascere. Un progetto unitario di rilancio, che punti sull'economia ecosostenibile, è per il vescovo la chiave di volta contro la crisi economica e la perdita di più di 3.000 posti di lavoro negli ultimi anni.
Eccellenza, di cosa ha bisogno la città? «Qui manca una progettualità comune, unitaria. Non servono singoli programmi che viaggiano su strade diverse e che non si incontrano. Bisogna puntare sull'economia sostenibile, sui prodotti tipici, come l'aglio rosso o l'artigianato locale, escludendo impianti troppo impattanti».
Si riferisce forse all'inceneritore, al metanodotto e alla centrale del gas? «Non voglio che le mie parole vengano fraintese e vorrei evitare di provocare qualsiasi polemica. Ma non credo che progetti troppo avveniristici rappresentino una soluzione per una città che ha la sua forza nelle sue bellezze naturali e architettoniche.
Come giudica dunque il tanto discusso progetto del casinò, lanciato dall'amministrazione comunale per il rilancio dell'economia? «Credo che iniziative del genere non siano risolutiv
e. Senza contare anche il degrado morale che potrebbero portare e
gli altri problemi che potrebbero arrecare alle famiglie già in
difficoltà».
Su cosa bisognerebbe puntare secondo lei?
«Sul turismo, la cultura, le bellezze architettoniche e
naturalistiche della zona, oltre che i prodotti tipici. Non c'è
bisogno di pensare a cose improbabili o inesistenti, basterebbe
valorizzare quello che c'è. Ce l'ho ha detto anche lo stesso Papa
su cosa puntare: su quello che abbiamo, che andrebbe
valorizzato».
A cosa si riferisce?
«Un eremo e un'abbazia come quelli che abbiamo qui non ce li ha
nessuno. Sono due strutture che danno significato a un intero
territorio, che lo caratterizzano e che lo qualificano. E che
soprattutto possono attirare tante persone».
Cosa pensa della chiusura prolungata dell'Eremo di
Celestino V?
«Sono d'accordo con la necessità di fare controlli e interventi
per tutelare la sicurezza delle persone. Certo credo che vada
riaperto quanto prima, visto che si tratta di un luogo di ritrovo
spirituale bellissimo. È necessario attivarsi per farlo, anche se
l'impegno c'è stato e sta continuando in tal senso».
Il Papa ha portato in piazza Garibaldi 15mila persone. Ma
non sono mancate le polemiche.
«Rivedere la rassegna di una settimana in cui Sulmona è stata al
centro della stampa nazionale e estera mi riempie di gioia. La
città è andata a finire sulle pagine e nei telegiornali dei più
importanti organi di informazione del Paese. Ma anche sui giornali
spagnoli, inglesi, americani e canadesi. Certo mi spiace quando mi
trovo a scorrere le pagine locali, in cui si faceva riferimento
alle spese e alla città blindata. Qui non si è capito e non si sono
fatti i conti con la fatica che è stata fatta per far arrivare il
Papa e con il notevole sforzo organizzativo che un evento del
genere comporta. Forse descrivere una città blindata a pochi giorni
dalla visita non ha aiutato, ma quello che conta è che la città si
è fatta conoscere al mondo«.
Non sono mancate le polemiche anche sui soldi spesi per
l'occasione.
«La Diocesi ha coperto l'intera visita, senza avere contributi o
fare debiti. Sapevamo bene l'importo delle spese a cui saremmo
andati incontro e le abbiamo coperte con molta tranquillità.
Abbiamo speso più di 325mila euro per l'organizzazione dell'evento.
Più di 186mila euro sono state recuperate con donazioni ricevute da
banche, associazioni e privati. Abbiamo anche consegnato 200mila
euro che come al Papa per un ospedale da costruire in Africa. Anche
i lavori sulle strade fatti dal Comune sono opere delle quali i
cittadini potranno beneficiare anche negli anni venire. Per cui il
bilancio non può che essere positivo».
A un anno di distanza, qual è stato il vero senso della
visita del Papa? Cos'è rimasto dell'evento?
«La visita pastorale ha rimesso al centro il carattere spirituale
dell'evento. Il Papa si è fatto voce delle difficoltà di un
territorio, rimettendo sotto i riflettori e sotto gli occhi di chi
ha responsabilità in tal senso i problemi economici e occupazionali
di un'intera zona. La fede dà senso alla vita e ci dà la forza di
amare e di andare avanti anche e soprattutto nei momenti difficili.
Si è trattato di un evento straordinario il cui ricordo e messaggio
saranno validi per sempre. Certo non ha rappresentato la bacchetta
magica ai mali di questa zona, ma ci ha comunque fornito una chiave
interpretativa per risolvere i problemi. La chiave sta nella
visione di insieme e una progettualità comune».
La mancanza di lavoro e la crisi economica restano i due
principali problemi del territorio. C'è una via di
uscita?
«Io sono convinto della necessità di un progetto comune, come
dicevo prima. Ma occorre che si diano da fare tutti e che le
istituzioni, la politica, il mondo sociale e civile si assumano le
loro responsabilità. Si deve anche capire quale strategia vuole
mettere in campo la Regione nei confronti delle aree interne. La
Diocesi è spesso meta di richieste di aiuto da parte di famiglie,
dove uno dei coniugi ha perso il lavoro. Ma soprattutto da parte di
giovani coppie, con o senza figli, che non riescono a trovare
un'occupazione e che spesso non possono guardare con serenità al
loro futuro».
13 luglio 2011