di Giustino Parisse
ONNA. Il lampadario della mia camera da letto oscilla. Oscillava anche alle 3.32 del sei aprile del 2009 ma io non me ne ero accorto. Nel buio, con la sola luce fioca del cellulare acceso, correvo verso le camere dei miei ragazzi per scoprire che la loro vita era stata inghiottita in quei 23 secondi in cui la terra ci ha starnutito in faccia e ci ha fatto scoprire precarietà, dolore, un senso di vuoto che nulla riuscirà più a riempire.
Ieri quel lampadario è tornato a oscillare. Ma stavolta la terra non c'entra. Sono stati i colpi dell'enorme cucchiaio appeso al braccio di un mezzo dei vigili del fuoco a sventrare quel poco della mia casa di Onna che era rimasto in piedi. Quel poco che il sei aprile non crollò - e sono qui a chiedermi ancora perché - lasciando nel mondo due genitori che da allora vivono solo per il ricordo e nella disperazione. Prima che "pugni" ben assestati facessero cadere quel fragile nido ho visto - dispersa fra macerie, pezzi di ferro, assi di legno - la sedia che era in un angolo e dove la sera, nell'altra vita, prima di mettermi a letto poggiavo gli abiti o sistemavo quelli che avrei indossato il giorno dopo. E poi è "volato" giù il letto, che più di venti anni fa avevamo scelto con grande cura e che nel tempo avevamo trasferito più volte da un posto all'altro. Per 13 anni era stato nella stanza che da un anno e mezzo era diventata la cameretta di Domenico, ancora prima stava nel luogo che è diventato la tomba di mia figlia Maria Paola. E continui a chiederti perché. E continui a risponderti che non c'è risposta. E continui
a macerarti nei sensi di colpa.
Dal sottotetto spuntano sacchetti con i costumi di carnevale, i
quaderni della scuola elementare che avevamo conservato con cura
immaginando che da adulti, ai nostri ragazzi avrebbe fatto piacere
ritrovare gli oggetti, i compiti, le ricerche fatte da
bambini.
Un vigile del fuoco trova fra le pietre un diario. E' il diario di
Domenico dell'anno scolastico 1999-2000. Lo apro. Sulla
controcopertina una foto di lui in giardino con in braccio un
cagnolino che aveva voluto a tutti i costi e al quale si era
talmente affezionato che, quando l'animale morì, lo vidi piangere
come se avesse scoperto per la prima volta il dolore. E mi è
tornato in mente quel giorno quando, durante una passeggiata in
bicicletta, trovò per strada un gattino spaurito, bagnato e
infreddolito e volle riportarlo a casa e pretese che tutti noi ce
ne prendessimo cura. Quel gattino restò con noi per qualche mese.
Poi all'improvviso sparì. Domenico ci rimase un po' male ma poi
disse: forse ha trovato un posto dove starà meglio.
In un quaderno di Maria Paola ho letto semplici pensieri che la
maestra aveva fatto scrivere ai suoi alunni. Ce ne è uno che mi ha
colpito: "Dio ci ha dato la vita, la terra che produce frutti; noi
che abbiamo molto più di tanti altri bambini dobbiamo pensare anche
a loro e dobbiamo difendere l'ambiente che ci è stato
donato".
Quasi certamente non era tutta farina del suo sacco eppure a
leggerlo oggi è come se fosse un programma di vita, uno sguardo al
futuro, un impegno oltre le piccole cose quotidiane. Il sei aprile
è tutto finito: la vita, i sogni, le speranze.
Mentre frugo fra le carte dei miei figli il lavoro dei vigili del
fuoco va avanti. Un colpo e si apre uno squarcio da cui si
intravede il bagno con la doccia e tutto il resto. Per un momento
c'è quasi sgomento. Poi volano pezzi di termosifone, tubi
intrecciati di cui non si capisce più che funzione avevano avuto e
dove stavano sistemati. Prima che la mia camera da letto diventi un
mucchio di macerie guardo la parete che l'amico Carlo aveva
ritinteggiato da poco: un azzurro cielo. Dietro al letto avevo
fatto appendere l'immagine di un Cristo. Era su legno e il quadro
pesava non poco. Due giorni prima del terremoto, io ero sotto le
lenzuola per un lieve attacco influenzale, mio figlio venne nella
mia camera e con tutte le scarpe (prendendosi anche un rimprovero)
salì sul letto e tolse quel quadro dicendomi: se fa il terremoto
questo casca e ti spacca la testa.
Bastano pochi minuti e pezzo dopo pezzo la casa va giù. Via dei
Calzolai a Onna ormai è solo un nome. A destra e sinistra non ci
sono più case. Non c'è più la piazzetta del Panettiere, la Ruetta,
la scala di Antonio, la legnaia di Dora. In quest'angolo d'Abruzzo
nulla sarà come prima. Quello che rinascerà sarà un paese nuovo,
forse simile a quello del sei aprile, ma sarà inutile andare a
cercare una storia svanita, cancellata. Per sempre.
A un certo punto il grande cucchiaio batte forte verso il
soffitto. Vedo sparire il lampadario. Cerco di vedere dove è andato
a finire. Inutile. Anche lui ormai fa parte del mondo dissolto. Si
è spento quella notte e forse è giusto che non si riaccenda
più.
Un altro colpo e tutto crolla. Dico addio alla mia casa. Penso a
quanto amore ci avevo messo per ristrutturare, arredare, creare un
posto tutto per me e per i miei.
Si alza un po' di polvere. Il rumore dei muri che vengono giù non
fa nemmeno tanta impressione. Il sei aprile crollò un paese intero
eppure finita la scossa è come se nulla fosse accaduto. Come se
troppo rumore fosse diventato silenzio.
La macchina rossa dei vigili si ferma un attimo. Mi giro e vado
via. Piango. E' l'unica cosa che posso fare. Poi la vita riprende.
A fatica.
© RIPRODUZIONE
RISERVATA
30 gennaio 2011
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