Cicchetti, l'amico del Papa si rilassa col golf: io sereno

La giornata al campo di Santi tra buffet e premi d’argento. "Le lettere di Crespi? Chiacchiere. Capita a chi è esposto come me. Chiodi vuole una mano? Sono pronto". L'applauso dei 100 soci al futuro vice commissario: grazie, ma per gli auguri aspettiamo

      L'AQUILA. La bandiera bianca e gialla sul pennone annuncia che, sì, qui siamo proprio a casa del Gentiluomo del Papa. «Embe'? Mica è una colpa, questa? Ne faccio parte, ne sono onorato. Sfido chiunque a dire: no grazie, io ci rinuncio». La lettura quotidiana dei giornali non guasta la domenica di Antonio Cicchetti. Che torna dal «suo» campo da golf alle 16, al volante di una macchinina elettrica. Non è Cervinia, non è Pantelleria. Siamo a Santi di Preturo.

    «Buonasera presidente! Auguri». «Eh no, per gli auguri aspettiamo». Botta e risposta coi due ospiti che hanno avuto il passaggio sul mezzo che non inquina, su e giù per i vialetti, lingue bianche in mezzo a un mare di verde. «Ah, ma allora l'hai preso, il sole?», dice il fondatore a un giocatore mezzo sudato che si avvia alla doccia. Qui, per tutti, Cicchetti è il Presidente. Non per niente, l'aspettano per la premiazione della gara Pro Am, professionisti e dilettanti insieme. Jet set aquilano e romano. Rotariani e professionisti. Imprenditori e commercianti. Avvocati e chirurghi. Rolex e Porsche, e carrellini elettrici da qualche migliaio di euro. Ciuffi di lavanda e zaffate di rosmarino. Il buen retiro del vicecommissario in pectore è questa valletta colorata di verde chiaro protetta da un lato dal bosco e dall'altro dalla montagna. Un sogno, quello di trasformare il vecchio borgo di Santi in un luogo frequentato da gente che conta, che si sta realizzando sotto i suoi occhi. I due silos che spiccano tra i pini secolari e la facciata a vetri del futuro albergo-centro benessere da 4 stelle dic
    ono che c'è ancora da fare. «C'è da fare, come se c'è da fare...», dice Cicchetti che scende dalla macchinina. La chiacchierata può cominciare.

    Presidente, ha letto il Corriere della Sera?
    «Sì, l'ho letto. Embe'?».

    L'articolo parla di mala gestio, conflitti d'interessi, familismo, nomine discutibili tra Cattolica, Gemelli e Istituto Toniolo. Si fa il suo nome. Che ne pensa?
    «E che debbo pensare? Che uno come me che lavora da quando aveva 18 anni, uno come me che, dico, è comunque una persona esposta, qualcosa del genere a un certo punto della vita deve pure aspettarsela. Cioè che qualcuno parli di te senza sapere le cose».

    In che senso, scusi?
    «Nel senso che si facciano delle allusioni che non mi toccano nemmeno. Non mi sfiorano affatto, ecco tutto».

    Allusioni?
    «Sì, allusioni. Nulla di più».

    Si parla dei suoi tanti incarichi, dei posti nei consigli d'amministrazione, dei lavori dati a persone a lei vicine tra cui suoi familiari...
    «Un attimo, per favore. Cominciamo dai tanti incarichi. A settant'anni, dopo che uno qualcosa nella vita l'ha fatta, e io posso dire di averla fatta anche bene, può capitare che ti chiedano di far parte di consigli d'amministrazione. Che c'è di male? Faccio il manager da una vita e non vedo dove sia il problema».

    E sui lavori distribuiti "a società di amici e familiari"?
    «Tutte chiacchiere. Hanno tirato dentro la mia famiglia, hanno fatto un frullato di roba tra la mia attività di manager della Cattolica e la mia creatura privata, il golf. Hanno parlato dei miei figli. Quanto alla mia famiglia posso dire che ne vado fiero. Senza una famiglia come la mia, senza il sostegno che mi ha dato io non avrei fatto nulla di tutto questo. E non è poco, quello che abbiamo fatto».

    Tutto nasce dalle lettere del giurista professore Alberto Crespi. Lei ne era a conoscenza, prima d'ora?
    «Si direbbe meglio lettera che lettere. Io sapevo dell'esistenza di una sola lettera che tra l'altro risale a qualche anno fa. Roba vecchia».

    E perché, secondo lei, è stata tirata fuori proprio adesso che scade il suo mandato alla Cattolica e che il governo la sta per nominare vice commissario della ricostruzione?
    «Non lo so, giudicate voi. Io non dico niente».

    È un siluro?
    «Boh, può essere. Guardi, io sono tranquillo, sereno».

    Ma come, neppure un po' arrabbiato stamattina, letti i giornali?
    «Giudichi lei: mi vede forse arrabbiato?».

    Se lo è, maschera bene.
    «No, no, vi dico che non è così. Non sono neppure un po' infastidito da questa cosa».

    Che fa, querela?
    «No. Aspettiamo, valutiamo...».

    Cicchetti e la ricostruzione. Il modello Santi allargato all'Aquila?
    «Guardi, io non ho chiesto niente a nessuno. È stato Chiodi a chiedermelo. Io ho esperienza, volontà, fantasia, tenacia, testa dura da abruzzese. Guardate cos'ho fatto qui».

    Dove? «A Santi. Era un paesino di poche anime, spopolato. Coi rovi dentro le case diroccate. Io e 3 amici ci siamo detti: si può fare? E abbiamo fatto. Ora, qui, c'è gente che cerca casa (anni fa si aggirava anche Zoff, ndr), ci sono studenti alloggiati. Insomma è tornato a vivere. L'Aquila? Amo la mia città, sono pronto a dare una mano. Ora, scusate, mi aspettano per la premiazione».

    Premi d'argento e buffet. Gli basta prendere il microfono in mano e scandire: «Signori ospiti buonasera, mi sentite da là sotto?» (ai più lontani, quelli del bordopiscina) che parte l'applauso dei 100 soci, come dire: «Presidente, siamo con te». Battono le mani convinti, tra gli altri, il chirurgo Ettore Martini, il cardiologo Umberto Pignataro, gli imprenditori Luciano Ardingo e Maurizio Fioravanti, l'avvocato Pierluigi Tosone, il maestro dello sport Carlo Vivio. San Donato (vescovo e martire) è pure parrocchia. Avviso sacro al bar della club house: «Per la messa contattare don Daniele Pinton e don Alberto Fossati».

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    13 settembre 2010
     

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