L'Aquila, la strana estate nella città dispersa

Si cerca un'impossibile normalità fra piani Case, map, alberghi

    di Giustino Parisse L'AQUILA. Qualche mattina fa, poco dopo le nove, nel nuovo villaggio di Onna è arrivato il venditore di mozzarelle. Un piccolo camion frigorifero, il clacson azionato più volte e poi, da un rudimentale altoparlante lo "strillo": abbiamo mozzarelle e ricotta di Rivisondoli! In questa strana estate, nel secondo anno del terremoto, fra la gente c'è tanta voglia di normalità. Dodici mesi fa c'erano ancora quasi duecento tendopoli sorte in ogni angolo possibile.
    Il ferragosto in arrivo si immaginava triste: c'era poco da fare o pensare alle scampagnate visto che già si viveva all'aperto, da 4 mesi. I classici luoghi "aquilani" del pic-nic mordi e fuggi penosamente vuoti: il lago Sinizzo, la pineta di Roio, Campo Imperatore, i laghetti di Bagno, il ristorantino fra i monti magari sognato per un anno. A strappare un sorriso era arrivato Roberto Benigni che agli sfollati aveva detto: se serve strillate, fatevi sentire. E chissà quanto bisognerà ancora strillare.

    Anche chi se ne stava negli alberghi della costa abruzzese avrebbe preferito qualcosa di diverso: andare al mare è una scelta, non può essere una imposizione.
    Erano i giorni del censimento, della corsa a presentare le carte ai vari uffici per evitare di restare fuori e non avere a settembre una casa provvisoria. I fatti hanno poi dimostrato che settembre, per la grande maggioranza degli aquilani, era una data-sogno, ancora c'è gente che la casa provvisoria non ce l'ha e, rovescio della medaglia, c'è anche chi - pochi per fortuna - hanno scambiato il map o l'alloggio del pi
    ano Case per la seconda casa, dove passare le vacanze o qualche fine settimana. Ma tant'è. L'estate del secondo anno del terremoto è l'estate delle comunità disperse.

    Gli enormi palazzoni del Case si rianimano solo un po' la sera quando sul balcone o sul terrazzino si mette un tavolo, una sedia, si accende la lampada esterna, si prova a "cenare" all'aperto per ritrovarsi con la famiglia e con gli amici. Fra i map capita che si insinua l'odore di carne alla brace. Si cerca uno spazio sicuro dove accendere il fuoco e per un po' si ha l'impressione che nulla è cambiato. A sera tarda il vociare dei ragazzi e una musica lontana ti riempie di nostalgia. E di malinconia.

    La dispersione provocata dal terremoto e dalla pianificazione urbanistica indotta dall'emergenza ha fatto fare a molti un salto all'indietro nel tempo.
    Chi ha più di 50 anni ed è nato e vissuto nei piccoli paesi della Conca aquilana (quasi tutti distrutti il sei aprile del 2009) ricorda il fruttivendolo, il pescivendolo, il gelataio, l'arrotino, il mercatino improvvisato nei giorni di festa o in prossimità delle ricorrenze.

    Poi da una ventina d'anni anche all'Aquila sono arrivati in massa supermercati e centri commerciali e fare la spesa è diventata una cosa a metà fra la gita del fine settimana e l'acquisto compulsivo, spesso di cose inutili.

    Negli enormi spazi urbani creati dopo il sisma dove vivono circa ventimila persone oggi sono tornati gli ambulanti. Ci sono tanti anziani che senza macchina non sanno dove andare ad acquistate la frutta, un po' di pesce fresco, magari un paio di calzini.

    E allora riecco quelle voci gracchianti che magari ti svegliano al mattino ma ti riportano alle sensazioni bambine quando speravi che la mamma uscisse per comprare un po' di pesche, di albicocche, l'uva. O la frittura di pesce che fra le montagne era - e magari lo è ancora - una rarità.

    E' come, in attesa di una normalità che appare sempre più lontana, riadattarsi alle piccole cose di un tempo in cui il negozietto sotto casa ti vendeva le cose essenziali: il pane, la mortadella, la pasta, un po' di vino, il formaggio. I gelati arrivavano solo da giugno ad agosto. E per avere il cono da riempire bisognava aspettare il camioncino bianco che giungeva una volta alla settimana e ti vendeva alla fin fine un po' di acqua ghiacciata.

    Forse fra qualche anno anche nei piani Case ci saranno bar e negozi. Ma per adesso c'è solo la sensazione di un vuoto che si vorrebbe riempire al più presto sempre nella speranza di tornare in quella viuzza dove avevi giocato da bambino. E anche loro, i più piccoli, si attrezzano. Ho rivisto le porte per giocare al calcio perimetrate con le magliette, o con due sassi: proprio come cinquant'anni fa.

    Ci si arrangia, cercando nuovi amici, telefonando a quelli di prima, organizzando "qualcosa" per stare insieme. Spesso le serate finiscono con l'affogare nell'alcol o in qualcosa di peggio ma anche questo è frutto di una normalità che non c'è più, dove il controllo sociale diventa impossibile: quando la sera si esce non ci sono punti fissi di riferimento e alla fine si è tutti anonimi in luoghi anonimi.

    In questa strana estate sono tornate anche le sagre: ce ne sono state a Tornimparte, Fossa, Bagno. Ci saranno nel fine settimana a Calascio e San Demetrio. E poi concerti, spettacoli di ogni genere, feste patronali in cui si invoca la protezione del Santo che in qualche modo ha protetto il borgo e, se è andata male, lo si invoca per il futuro. Anche questa è voglia di normalità, per illudersi che prima o poi tornerà tutto come prima. Eppure quelle voci gracchianti ci ricordano ogni mattina che di tempo ce ne vorrà ancora tanto. Troppo.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    13 agosto 2010
     

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