di Luigi Vicinanza
Chi li vuole martiri. Chi carnefici. Incoscienti antagonisti disposti ad assaltare casa Berlusconi, secondo la stampa di famiglia. Vittime sacrificali di un regime irresponsabile e autoritario, secondo l'analisi della sinistra militante. Sono passati quindici mesi, la sofferenza dei terremotati aquilani non mobilita più l'Italia intera, anzi divide. E' finita la stagione della solidarietà; ora è tempo di veleni. Povera L'Aquila, non merita questo oltraggio gratuito.
Roma, mercoledì 7 luglio, giornata nera. Il sangue dei feriti macchia la coscienza di chi ha ordinato cariche violente e immotivate nei confronti di manifestanti inermi. Si aspetta l'esito dell'inchiesta ordinata dal ministro Maroni, ma foto, video e testimonianze finora raccolte mostrano una verità univoca: non c'era motivo di usare i manganelli, l'ordine pubblico è stato gestito male, l'uso della forza spropositato. Quelle immagini sono rimbalzate su giornali e su siti internet fuori dai confini nazionali; avrebbero dovuto sollecitare riflessioni e approfondimenti sulla reale situazione dell'Aquila e del «cratere», ma salvo rare eccezioni hanno scatenato solo la demonizzazione del problema, come se rimuovendolo lo si potesse davvero eliminare. Non è così.
C'è infatti chi alimenta l'idea dei terremotati ingrati ed egoisti, irriconoscenti per tutto ciò che hanno ricevuto dal Paese e dal governo. Persino fannulloni. Sottile tecnica di diffamazione di una comunità: se non ne sono degni, perché svenarsi per stanziare ancora fondi e risorse per la ricostruzione.
Gli abruzzesi s
anno che le cose non stanno così, ma basta allungarsi nella
Capitale e si respira già un'altra aria. Allora proviamo a
rimettere insieme alcuni punti fermi.
Il terremoto del 6 aprile 2009 non ha precedenti nella storia
nazionale: non era mai accaduto dopo Reggio Calabria e Messina,
1908, un secolo fa che venisse interamente distrutto un capoluogo
di regione, per di più città ricca di arte, storia, cultura.
L'entità dei danni alle case e ai monumenti non è paragonabile né
al Friuli (1976), né all'Irpinia (1980), né alle Marche e
all'Umbria (1997). Almeno su questo dovremmo essere tutti
d'accordo.
La gestione dell’emergenza acuta dai primi soccorsi fino allo
smantellamento delle tendopoli, dal progetto case all’assistenza
degli sfollati è stata affrontata in maniera ottimale dalla
Protezione civile. Anche questo va riconosciuto. Un’azione positiva
durata tutto il 2009, ma con l’anno nuovo le cose sono cambiate.
Perché?
Innanzitutto Berlusconi ha percepito che L’Aquila, senza più
Bertolaso (ricordate? Doveva essere premiato con la nomina a
ministro) non è più palcoscenico per incassare applausi e consenso.
Poi perché i poteri affidati agli enti locali sono dimezzati: molta
responsabilità, troppa burocrazia, risorse inadeguate. Degli 8,5
miliardi del decreto Abruzzo sono disponibili solo due. Non troppi,
neppure pochi. Bisognerebbe però spenderli: invece sono stati
impegnati meno di 300 milioni di cui effettivamente erogati venti.
L’un per cento. Di questo passo quanti decenni serviranno per
ricostruire il centro storico?
Le strutture commissariali che fanno capo a Gianni Chiodi,
presidente della Regione, e a Massimo Cialente, sindaco dell’A
quila, sono inadeguate. Non per colpa specifica dei due commissari;
chiunque altro si trovasse al loro posto starebbe negli stessi
pasticci. Gli enti locali mediamente sono inadeguati a fronteggiare
l’ordinaria amministrazione, figuriamoci una catastrofe di queste
dimensioni. Un ribaltone al Comune (settori del Pdl ci sperano,
così come pezzi della sinistra) non aggiungerebbe nulla; solo una
astiosa campagna elettorale: all’orizzonte non si intravedono
statisti disoccupati. Qualche collezionista di poltrone, quello
sì.
Sul fronte operativo, anche se passasse l’assunzione di qualche
decina di tecnici e ingegneri, come chiede Cialente, si
sbrigherebbe un po’ di burocrazia (alimentando allo stesso tempo
qualche clientela), ma non si eliminerebbe il problema centrale:
come disegnare L’Aquila del futuro con la sua corona di borghi e
paesi. La ricostruzione passa attraverso l’erogazione di indennizzi
e contributi, ma è nel complesso un grande progetto urbanistico e
culturale. Servirebbero le migliori intelligenze italiane e
internazionali. Gli aquilani da soli non possono farcela proprio
perché la catastrofe del 6 aprile ha posto problemi inediti e
complicati, mai affrontati prima. Ha voglia di affrontarli un
grande paese come l’Italia, o si relega la questione in una
dimensione provinciale? Di questo bisogna discutere. Senza
pregiudizi né propaganda.
Sbaglia perciò Berlusconi quando, rivendicando i miracoli del
governo, spinge L’Aquila nel cono d’ombra del purgatorio locale.
No, tra l’inferno e il paradiso, c’è la faticosa quotidianità della
vita terrena. Né martiri né carnefici, dunque. Ma, ahinoi, solo
terremotati. Fino a quando?
PS: Scrivo queste sommarie note convinto che un’informazione
corretta possa aiutare il dibattito pubblico. Sono costretto a
dissentire ancora dal premier quando dichiara che «la libertà di
informazione non è un diritto assoluto». Assoluto no, ma
fondamentale sì. Per la nostra democrazia.
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RISERVATA
11 luglio 2010