di Giustino Parisse
L'AQUILA. Ieri, su Tv1, la televisione locale dell'Aquila, ho rivisto un lungo servizio con le immagini della manifestazione di Roma e le botte agli aquilani. A un certo punto mi sono venute le lacrime agli occhi: non so se per la rabbia o per un dolore che si rinnova. Ho pensato: quei carabinieri e quei poliziotti assomigliano - e chissà se magari non sono gli stessi - a quelli che la mattina del sei aprile ho visto a Onna a tirar fuori dalle macerie metà della mia famiglia. Oggi invece ci picchiano solo perché non facciamo più spettacolo, perché un anno fa per i politici farsi una foto - o vicino a un padre e a una madre che avevano perso tutto o davanti a un bel mucchio di macerie - era portarsi via un souvenir da mettere bene in vista sulla finestra della villa che dà sul giardino e sulla piscina. Giornalisti arrivarono per raccontare di vite spezzate e storie che più erano drammatiche più facevano audience (il Tg1 - non ancora diretto da
Minzolini - si vantò dei dati di ascolto in quei primi giorni). Oggi che lo spettacolo non c'è più i terremotati non devono esistere, e se esistono "mazzate".
Quando mercoledì sono arrivato a Roma, fra il Colosseo e Piazza Venezia, con uno dei circa 50 pullman che hanno portato gli aquilani, mi sono accodato agli altri per andare verso i palazzi del potere. Ho visto tanta gente, tante persone che conoscevo prima del terremoto o che ho conosciuto dopo. Di ognuna potrei raccontare la storia, le sofferenze, il dolore condiviso, le incertezze. Poi invece mi dicono che qualche giornale ha definit
o gli aquilani "terremotati no global".
Mi è venuto subito in mente il volto di un anziano signore che per
tutta la giornata ha alzato un cartello con la scritta: ecco le
armi della nostra montagna. C'era un disegno con vino, formaggio e
salsicce. Un no global di prima generazione, evidentemente.
Ho salutato
Raffaele Alloggia e
Ferdinando Rossi di Paganica,
Rosanna
Scimia la presidente della Tempera Onlus, il professor
Carlo de Matteis, la direttrice didattica
Maria Corridore con il marito,
Aldo
Lepidi, docente universitario,
Mario
Basile e
Luciano Mucciante di Castel del
Monte (ex sindaco e sindaco), il professor
Paolo
Muzi dirigente dell'Archivio di Stato e potrei continuare
a lungo da riempire un elenco telefonico. Tutti lì, a Roma, solo
per chiedere che la loro, la nostra città, venga ricostruita.
Nella Capitale c'erano moltissimi giovani ma forse la maggioranza
era composta da persone che da tempo hanno superato i 50-60 anni. E
allora mi è venuto da pensare: questa è gente che oggi prende le
botte e forse solo nel terzo tempo della vita rivedrà il capoluogo
d'Abruzzo totalmente ricostruito.
Eppure erano lì a battersi evidentemente non per se stessi ma per
non togliere la speranza alle generazioni future, per non spezzare
una storia secolare. È questo che nessuno dentro i palazzi romani
ha capito o ha voluto capire e quindi ha dato ordine di picchiare,
la cosa più facile davanti a "insetti" fastidiosi.
Giovedì i principali telegiornali nazionali hanno dato solo le
immagini, fornite dalla questura di Roma, di una (una) bandiera
neroverde con un simbolo anarchico e quella è diventata la bandiera
che dimostrava al mondo che gli aquilani erano brutti e cattivi,
oltre che irriconoscenti (chissà perché la storia dell'anarchico
riferita dal questore mi ha ricordato Piazza Fontana).
E le altre centinaia di bandiere? Quelle nessuno le ha volute
vedere. A un certo punto su via del Corso ho incrociato
Pierluigi Imperiale, medico veterinario, con un
bastone in mano come quelli che usavano i pastori durante gli
spostamenti dall'Abruzzo alla Puglia nell'epoca d'oro (dal punto di
vista economico) della transumanza. Quel bastone non era certo
un'arma, ma voleva essere il segno di gente che non si arrende,
fiera del proprio passato e delle proprie tradizioni. A sera, ho
trovato sulla mia e-mail un messaggio di Imperiale. «Dobbiamo
ricostruire le case dei nostri genitori e dei nostri figli» ha
scritto «è un dovere troppo serio e impegnativo per delegare
qualcun altro al nostro posto. L'impegno durerà ancora a lungo, ma
quando ci dividono noi ci ritroviamo e restiamo insieme, perché
solo così possiamo difenderci dai lupi». Sì, siamo solo
all'inizio.
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10 luglio 2010
Inviato da zahre1951
il 10 luglio 2010 alle 11:23