di Enrico Nardecchia
Nessuno li può fermare. Si comincia con le manganellate a via del
Corso. Si finisce con la contestazione in via Ulpiano, davanti alla
sede della Protezione civile. «Ladri, assassini, noi non ridevamo»,
urlano gli aquilani esasperati. Arrivano i rinforzi dei
carabinieri. Qualcuno si affaccia alle finestre, poi quando la
protesta cresce di tono viene chiuso il grosso portone. Qui la
gente, tra cui anche familiari di vittime del sisma, scaglia accuse
alla gestione della prevenzione, con riferimento alle
rassicurazioni della commissione grandi rischi. La rabbia è tanta.
Poi si risale sui pullman che formano una colonna interminabile per
questo pellegrinaggio laico che, per un giorno, colora di neroverde
la città eterna.
IL GOVERNO. Proprio mentre sono sulla via di casa
gli aquilani apprendono che, al termine di una giornata in cui la
voce della piazza arriva fin dentro il palazzo, l'unica concessione
è la restituzione in 120 rate (10 anni) delle vecchie tasse non
pagate. Nessuna menzione sulla quota. Si era ipotizzato il 40% ma,
stando così le cose, si resta fermi al 100%. Questo il risultato
delle febbrili trattative tra i palazzi del potere, dalla Camera al
Senato fino a palazzo Grazioli dove il premier si barrica con i
suoi fedelissimi per parlare, tra l'altro, anche del
caso-L'Aquila.
VIA DEL CORSO. «Entrano solo 150 persone, il
corteo non è autorizzato». All'ingresso di via del Corso i
funzionari della questura bloccano la gente. Non fu così in altre
occasioni. E non è la prima volta degli aquilani a Roma. Ma se
allora il cordone di polizia provò a fermare la gente e poi si fece
da parte oggi no. Oggi l'ordine è un altro. Alzare anche il
manganello, se serve. In via del Corso prima, e sotto palazzo
Grazioli dopo, non si entra. Gli aquilani sono migliaia. Sono qui
per manifestare pacificamente. Ma quando la folla capisce che da
qui non si passa, sotto questo sole cocente e con la rabbia dentro
di chi vuole solo manifestare senza creare incidenti, dalle file
dietro arrivano spintoni. Una, due volte. A quel punto il reparto
mobile dei carabinieri e i finanzieri alzano gli scudi e preparano
i manganelli. Come in curva. Come coi black bloc. Partono più
cariche, i colpiti sono tanti.
Tre i ragazzi feriti alla testa. Vincenzo Benedetti il pizzaiolo
ha la peggio. Torna con una ferita profonda. Lo medicano in una
banca. Lui entrando imbratta di rosso il muro esterno. Lo segue,
con un turbante, Marco De Nuntiis. «Ora capisco, sussurra, «quando
la gente dice: io non ho fatto niente, ma m'hanno menato». Eppure
davanti ci sono i sindaci con le fasce tricolori. Anche alcuni
amministratori le prendono. Inizialmente si sparge la voce che
anche il sindaco Massimo Cialente sia stato manganellato. Poi, più
tardi, chiarirà di essersi messo in mezzo e di aver rimediato un
pestone.
IN AULA. La notizia delle botte arriva in aula. A
difesa degli aquilani arriva il leader dell'Italia dei Valori
Antonio Di Pietro coi parlamentari abruzzesi Alfonso Mascitelli e
Augusto Di Stanislao. Di Pietro telefona al questore e fa da
mediatore per sbloccare il corteo. Via libera ai 300 metri che
separano gli aquilani da palazzo Chigi. Passato mezzogiorno gli
aquilani assediano il palazzo da due lati. «L’Aquila, L’Aquila» è
il grido della gente che non si arrende e che riceve applausi e
qualche maledizione di chi resta imbottigliato in auto. Alcuni
aquilani arrivano a Montecitorio, dove stanno manifestando anche i
disabili. Altri, dal camioncino con gli altoparlanti, gridano ai
cronisti: «Adesso scrivete che abbiamo fatto gli scontri.
Informazione di merda». Poi parlano i big.
Bersani
rimedia pure qualche fischio. «Fate pure voi il vostro dovere»,
dice la gente. Il leader del Pd conferma l’impegno dell’opposizione
per far cambiare idea al governo. Interviene pure
Pannella, ma non si risparmia neppure un
battibecco con alcuni manifestanti.
Poi tutti a palazzo Madama. Ma palazzo Grazioli è di strada. C’è
un vertice di maggioranza. «Si parla pure dell’Aquila», dice
Cialente. Ma qui non c’è un Di Pietro che apre le acque. Non si
passa. E volano altre manganellate. Una carica più forte della
prima. Lolli le prende, ma invita a «non drammatizzare». «Per
fortuna abbiamo convinto i nostri a fare marcia indietro.
Altrimenti sarebbe stato un massacro».
8 luglio 2010