di Giustino Parisse
ROMA. C'è un elemento che va subito sottolineato: non sono i volontari della protezione civile a dover avere paura di recarsi all'Aquila - come aveva detto qualche settimana fa il premier - ma sono gli aquilani terremotati che devono aver paura di andare a Roma sotto la casa del presidente del consiglio. Ieri, le manganellate più forti, da parte delle forze dell'ordine ai manifestanti, sono arrivate proprio a due passi da Palazzo Grazioli.
AQUILANI A ROMA Cronaca | Foto | Audio Ed è stata questa la rappresentazione "plastica" della situazione in cui si trova il capoluogo d'Abruzzo, L'Aquila: la città è distrutta, gli abitanti chiedono strumenti finanziari per ricostruirla e trovano invece i manganelli.
Intorno alle 19 mentre risalivo sul pullman che mi avrebbe riportato da Roma nella mia casetta di Onna mi sono chiesto: che cosa hanno ottenuto gli ottomila aquilani che per tutto il giorno sfidando le botte e il gran caldo, hanno gridato la loro rabbia nelle vicinanze dei palazzi del potere? C'è sicuramente un dato positivo: i politici "disturbati" dal chiasso e da quel grido
ripetuto e più eloquente di mille parole «L'Aquila-L'Aquila» hanno
dovuto almeno per poche ore occuparsi di questi "poveracci" di
terremotati. In realtà da Camera, Senato, palazzo Chigi sono
arrivati più silenzi imbarazzati che decisioni concrete.
Quella parola «poveracci» era stata usata da quei due imprenditori
che ridevano la notte del terremoto mentre noi vedevamo morire
figli, genitori, parenti e amici. I «poveracci» di solito, vanno
bene se stanno zitti. Se alzano un po' la testa vanno prima
evitati, poi scansati e infine schiacciati. Ed è esattamente quello
che è accaduto ieri mattina: quando non è stato più possibile
bloccare il corteo sono arrivati i colpi di manganello.
Ieri sera la questura di Roma ha diffuso un comunicato. Ha
attribuito la colpa degli scontri a non ben identificati no global
o qualcosa di simile. Notizia smentita dai parlamentari e dagli
amministratori in prima fila e, io che ero a due passi, lì davanti
ho visto solo tante facce di aquilani. Arrabbiate, questo sì.
Poi, all'ora del tramonto ecco note di agenzia che rimbalzano
notizie come cavallette impazzite. Viene definita una "svolta" la
decisione (che poi è come al solito un annuncio che dovrebbe
diventare emendamento e poi chissà cosa) di far restituire tutte le
tasse non pagate in questi 15 mesi, rateizzandole in 10 anni e non
in 5. Come dire: una morte un po' più lenta.
C'è chi riferisce inoltre di incontri cordiali con la presidenza
del Senato, di improbabili vertici - sempre in quel palazzo
Grazioli - in cui si sarebbe discusso del terremoto dell'Aquila.
Tutto fumo che si è attaccato al sudore sulla schiena di chi non si
vuole piegare. La vera buona notizia sarebbe un disegno di legge di
tre righe: per la ricostruzione dell'Aquila vengono stanziati 3
miliardi all'anno per dieci anni. Da finanziare con una tassa di
scopo. Ma questo, per ora, resta un sogno che solo la
determinazione degli aquilani potrà far diventare realtà. Una
determinazione che ieri si è vista tutta. Anche i tanti che sono
rimasti a casa o per scelta o per impegni a cui non hanno potuto
rinunciare a un certo punto si sono come materializzati in mezzo al
corteo.
Quando dalle tv sono arrivate nelle case immagini e notizie di
quello che stava succedendo nel cuore della Capitale, i telefonini
sono letteralmente impazziti: chi chiedeva lumi sulla salute dei
manifestanti, chi invitava a non mollare "pentendosi" per il fatto
di non essere lì, chi prometteva che la prossima volta ci sarebbe
stato. I turisti e i romani che hanno incrociato il corteo hanno
mostrato comprensione e tanti si sono informati su qual è la reale
situazione oggi all'Aquila. Un messaggio è partito chiaro e forte:
la ricostruzione dell'Aquila deve essere una questione nazionale.
Come può il governo di uno Stato fra i più ricchi del mondo
stabilire che una città con ottocento anni di storia debba essere
cancellata e al suo posto far nascere tanti "alveari" nei quali si
annulla la memoria e il senso di appartenza degli abitanti alla
propria comunità.
Ieri mattina migliaia di persone si sono alzate presto, sono
salite sui pullman, hanno utilizzato macchine private per gridare
forte che non c'è più tempo. A Piazza Venezia sono spuntate le
bandiere neroverdi e alcuni striscioni. Il primo blocco
all'ingresso di via del Corso, poi a metà, poi un dedalo di viuzze,
ritorno indietro. Tutt'intorno forze dell'ordine in assetto
antisommossa.
Nonostante la fatica nessuno si è lamentato e non ha mollato fino
alla fine, quando, sulla strada verso gli autobus, gli aquilani si
sono fatti sentire fin sotto la sede della Protezione civile.
La battaglia per ricostruire L'Aquila ha segnato un'altra data
storica: 7 luglio del 2010. Ma c'è da giurarci che non è finita
qui.
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8 luglio 2010