di Domenico Ranieri
L'AQUILA. Non era alla manifestazione di Roma perché impegnato con la seduta solenne all'emiciclo per i 40 anni dalla prima riunione del consiglio regionale. La sua presenza, però, aleggiava anche tra le strade della capitale e non sono mancati improperi nei suoi confronti.
Presidente Chiodi, lei che è anche commissario governativo per la ricostruzione, che impressione ha tratto dagli scontri di Roma?
«Sto aspettando di conoscere dal ministro
Maroni il resoconto della giornata. Resta il rammarico di una protesta che nelle intenzioni degli aquilani doveva essere pacifica. Purtropppo non si è riusciti a gestire i pochi facinorosi. Queste sono le versioni frammentate che arrivano. Mi dicono che c'erano persone non aquilane. Non so quanto siano realistiche e prima di esprimermi aspetto».
Non pensa che anche lei all'Aquila ora potrebbe prendersi dei fischi?
«Mi sto sforzando, sin dall'inizio, di mantenere un livello di confronto istituzionale chiamando tutti a partecipare, a non dare spazio a estremismi dell'una e dell'altra parte. Mi sto occupando di questo perché è il clima necessario. Chi alza i toni, lo fa anche per nascondere le proprie responsabilità. C'era il problema della zona franca ed è stato rafforzato, c'era il problema dei prelievi fiscali alle imprese e un risultato è stato raggiunto (rinvio dei pagamenti per i titolari di partite Iva ndr), la sospensione dei mutui è stata presa in considerazione con l'accordo con l'Abi. Avevamo detto che sull
a restituzione, oggi prevista in 60 rate, c'era un'intesa con il
ministero dell'Economia che sarebbe stata prorogata e dilazionata
in 10 anni e con l'annuncio di
Letta si è
confermato tutto».
Gli aquilani, però, dicono che mancano i soldi per la
ricostruzione.
«I fondi per la ricostruzione, due miliardi di euro, sono
disponibili ma sono stati utilizzati solo nella misura di 370
milioni e addirittura pagati per molto meno a causa delle
difficoltà del Comune. Ciò che manca sono i 350 milioni di euro
necessari a far fronte ai debiti di hotel, autonoma sistemazione,
messa in sicurezza. La burocrazia va sfoltita e il Comune deve
organizzarsi meglio. Noi vorremmo utilizzarli in un paio di anni
quei soldi e non in 10».
Mi sembra di capire che le responsabilità sono
maggiormente degli enti. Al governo davvero nulla si può
rimproverare?
«I soldi per i Comuni sono stati dati. Per la Gran Sasso
acqua si è intervenuti. Io credo che, anche dopo la fase
dell'emergenza e della ricostruzione, al governo possa essere
addebitato veramente poco, forse il ritardo nell'erogazione dei 350
milioni. La realtà è che oggi i Comuni non sono organizzatissimi.
Prima di lamentarsi della mancanza di fondi devono attrezzarsi per
utilizzarli».
L'impressione è che si sta perdendo, forse
definitivamente, il feeling tra aquilani e istituzioni.
«Non credo, perché la maggior parte degli aquilani con
cui mi rapporto continuamente è non solo ragionevole, ma sa che il
problema da affrontare è difficilissimo. Le istituzioni non possono
nascondere le proprie responsabilità. La vera domanda è: i piani di
ricostruzione i Comuni li fanno o no? Se il Comune dell'Aquila è in
grado di fare il piano di ricostruzione lo faccia, altrimenti lo
dica e la struttura tecnica di missione lo sostituirà. È inutile
cincischiare. Guardiamo le macerie: era scritto sulla legge che se
ne sarebbero dovuti occupare i Comuni. Quando si è capito che era
difficile, allora è intervenuto il governo. Uno scaricabarile non
giova a nessuno.
Le è mai venuto in mente di dimettersi?
«È una domanda che non mi deve fare. Prevale il senso del
dovere e della responsabilità che posso onorare lavorando al
massimo, ma questo è quello che dovrebbero fare tutti. Troppi
pontificano e pochi lavorano. Io continuo a lavorare con la
prossima finanziaria per una decurtazione».
La struttura di missione è davvero all'altezza del compito?
«Tutto ciò che è stato fatto è frutto del lavoro della
struttura di missione. Se i Comuni vogliono, possono avvalersene,
ma se non lo fanno che si muovano da soli. Tutte le fasi
procedurali sono partite. Al di fuori del centro storico può
partire tutto. Vanno accelerati i piani per lo stato di avanzamento
dei lavori».
E le botte a Cialente a Roma?
«Massimo è pacifico, ha cercato di sedare e si è preso
qualche colpo».
Il vertice di palazzo Grazioli porterà davvero qualcosa di
concreto per L'Aquila?
«Non c'è nessuna notizia nuova, perché l'estensione a 10 anni dei
termini per la restituzione era cosa nota. Io credo che tutte le
istituzioni e tutti gli enti locali debbano lavorare alacremente.
L'obiettivo è utilizzare i 2 miliardi di euro disponibili. Oggi non
si troverebbe una persona pronta a fare il sindaco o il commissario
delegato. Dobbiamo mantenere un clima sereno e bisogna lavorare,
lavorare, lavorare. I miracoli non esistono, esiste solo il lavoro.
Se c'è qualcuno che in un anno e mezzo due ha la bacchetta magica
per risolvere tutto, si faccia avanti: gli daremo un premio oltre
che un incarico.
Cosa si sente di dire agli aquilani di ritorno da
Roma?
«La comunità aquilana deve stringersi attorno alle sue
istituzioni, ai suoi tecnici, deve essere un corpo unico che lavora
in un mare agitato. Ognuno con un remo in mano e tutti nella stessa
direzione. Non cadiamo nella trappola delle provocazioni».
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8 luglio 2010