Il vescovo D'Ercole impegnato a spalare le macerie del centro storico dell'Aquila
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L’AQUILA. La carenza di fondi per la ricostruzione, l’impasse burocratica e soprattutto la paura della gente di aver lasciato la propria identità fra le macerie. I gesti e le parole di monsignor Giovanni D’Ercole, vescovo ausiliare dell’Aquila, tradiscono la preoccupazione di trovarsi a vivere in una città ormai sull’orlo di una crisi di nervi.
A servizio della diocesi aquilana, un sostegno per l’arcivescovo Giuseppe Molinari, D’Ercole ha dimostrato da subito di avere le idee chiare sulla strada da seguire. «Dopo il terremoto del 1703 furono i cittadini a prendere in mano la situazione», ha detto in una delle sue prime omelie, «contribuirono in maniera decisiva alla ricostruzione della città, così dovrà essere nei giorni nostri». Ma la consapevolezza è quella di avere davanti un tessuto sociale disgregato, malgrado le aspettative e le richieste dei cittadini siano le stesse. L’occasione per tracciare un bilancio, a 14 mesi dal sisma e 6 dal suo insediamento, viene da un’intervista rilasciata a Paolo Viana del quotidiano cattolico
Avvenire.
La ricostruzione langue e lui dice apertamente: «Mancano i soldi: non si sa quando arriveranno e quanti. E poi, forse, troppa lentezza burocratica. Questo» spiega «disorienta la gente che teme di non tornare più a casa: troppi inverni di ritardo potrebbero completare l’opera del terremoto, riducendo in macerie gli edifici danneggiati ed esasperando gli animi sino alla depressione».
Paure che la gente condivide con i sacerdoti.
«Noi cerchiamo di fare quello che è possibile», sottolinea
, «abbiamo allestito delle tende, le tende amiche, aperte a tutti, e lì tastiamo il polso degli aquilani: ringraziano il governo per aver dato loro un tetto, ma vogliono tornare a casa propria e hanno seri dubbi che ciò possa avvenire in tempi brevi».
Una situazione difficile soprattutto per i giovani e gli anziani ancora sulla costa, molti in condizioni di abbandono. «Io credo», prosegue D’Ercole, «che siamo di fronte a una popolazione che vede trasformarsi la speranza in ansia e preoccupazione: i terremotati affrontano una seconda estate con i problemi di tutti gli italiani — mancanza di lavoro, tasse, mutuo da restituire — moltiplicati, però, dalla tragedia che li ha travolti. Trascurare le loro attese rischia di trasformare la speranza in protesta».
Ma qualsiasi sforzo, come quello di spalare con il popolo delle carriole, rischia di essere vanificato dalla diffidenza di molti verso la chiesa intesa come istituzione.
«C’è chi lavora contro la Chiesa, che pure cerca in tanti modi di stare accanto alla gente, diffondendo accuse generiche e spesso false».
Accuse alimentate, secondo D’Ercole, «da trasmissioni televisive da cui si evince solo quello che si vuol far dire. Ad esempio, il montaggio di una mia intervista a Report è servito a insinuare che la Curia dell’Aquila gestisca le donazioni del terremoto, che addirittura se ne serva per speculazioni immobiliari e che l’arcivescovo abbia abbandonato la città nelle ore più buie. Ma perché dire cose così false?».
13 giugno 2010
Inviato da fabioxxx
il 14 giugno 2010 alle 00:01