di Giustino Parisse
L'AQUILA. Lo dico subito: sono fra quelli che mesi fa ha presentato l'esposto alla Procura della Repubblica per chiedere che si faccia chiarezza su quello che è ormai noto come «mancato allarme». Ma dico anche che non cerco né vendette e né condanne a tutti i costi.
Nessuna sentenza potrà ridarmi i miei figli. Della morte di Domenico e Maria Paola, come ho detto e scritto più volte, sono io il primo responsabile. Non cerco alibi. A loro non avevo costruito una casa ma una tomba. E non me lo perdonerò mai.
Ieri, quando ho saputo degli avvisi di garanzia ai componenti della commissione grandi rischi non ho gioito. Non c'è nulla da gioire quando si è dentro una tragedia tanto grande. Non conosco gli indagati. Qualcuno lo avrò incontrato per caso in questo "anno di passione". Dico solo che molti di loro hanno operato all'Aquila in prima linea nella gestione dell'emergenza e nella ricostruzione delle case provvisorie. Nessuno di loro (almeno che io sappia) forse troppo impegnato nel "fare", ha mai sprecato una parola per ricordare chi il sei aprile ci ha lasciato per sempre. E magari non sarà nemmeno stato sfiorato dal dubbio se quel 31 marzo 2009, in quelle poche ore dedicate alla riunione della commissione, poteva fare qualcosa di più oltre che andarsi a bere un bel bicchiere di ottimo vino abruzzese.
Ma, detto questo, ripeto, non cerco vendette. Mi auguro anzi che tutti gli indagati, davanti ai magistrati, sappiano dare le risposte giuste così da essere prosciolti e tornare a dormire tranquilli. Loro che lo
possono fare.
Alla polizia giudiziaria, quando a marzo sono stato sentito come
persona informata sui fatti, ho tenuto a sottolineare che non
aspiro a risarcimenti. I miei figli, mio padre e le altre 305
vittime non hanno prezzo. E io mi sentirei un verme se dovessi
avere anche un solo euro a causa della loro morte.
Sto leggendo sulle agenzie di stampa una serie di dichiarazioni
che hanno tutte un filo conduttore: il terremoto non si può
prevedere. Un modo educato per dire ai magistrati: state indagando
sull'acqua calda.
Ma come al solito si cambia obiettivo per negare l'evidenza. La
questione non è se il terremoto si può o meno prevedere.
La questione è che il messaggio uscito da quella "famosa" e vorrei
aggiungere (col senno del poi) tragicomica riunione era: aquilani
state tranquilli prima o poi le scosse finiranno.
Le parole d'ordine della Protezione civile in quei giorni erano
due, categoriche e impegnative per tutti: niente allarme.
Oggi sento amministratori comunali che si smarcano con la solita
frase "io lo avevo detto". No, la storia è un po' diversa. Ho già
ricordato in altre occasioni la telefonata che feci, a fine marzo,
all'assessore comunale alla protezione civile chiedendo che venisse
convocata una conferenza stampa per spiegare agli aquilani dove
sarebbero dovuti andare a rifugiarsi (intendevo spazi aperti) in
caso di un forte sisma. Non si può fare, mi fu detto «creeremo
allarme».
Molti hanno scritto e detto che la Protezione civile nel periodo
dell'emergenza ha sospeso la democrazia. Ma a quel punto il danno
era già fatto. Io ebbi l'impressione già nei giorni precedenti al
sei aprile che sull'argomento terremoto i nostri amministratori non
contassero molto e di fatto fossero prigionieri del "parere" degli
esperti.
Io ho presentato l'esposto alla Procura della Repubblica con un
solo obiettivo: che di quella incredibile riunione del 31 marzo
2009 si parli il più possibile in tv e sui giornali. Non per
mandare al rogo qualcuno ma solo - e lo dico con amarezza - per
evitare di ripetere in futuro l'errore. Quando si ha a che fare con
la vita delle persone prima di sbagliare bisogna pensarci.
Molto.
© RIPRODUZIONE
RISERVATA
4 giugno 2010