Giustino Parisse racconta l'Aquila di notte. Viaggio nella città che affoga nel silenzio

Sul finire del primo anno dalla scossa il viaggio notturno di Giustino Parisse tra i luoghi frantumati dalla scossa e quelli nuovi ricostruiti in pochi mesi per dare un tetto a chi non aveva più una casa. Da Onna all'Aquilone, passando per il centro spettrale del capoluogo tutto è avvolto da un silenzio spettrale

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    di Giustino Parisse


    Entriamo nella piazza. Dalla fontana sgorga l’acqua, è l’unico suono che ti ricorda che lì c’è stata vita. Per secoli. Il bar Fashion café è chiuso. Sulla vetrina un manifesto che annunciava un concerto degli “Amici” per il 12 aprile 2009. Quel giorno non c’è mai stato, saltato a piè pari: era iniziato il tempo del terremoto.

    Ci avviamo verso via Duca degli Abruzzi. Gli edifici sono stati quasi tutti messi in sicurezza. Per fortuna non ci sono le enormi gabbie nere che tutti hanno visto all’Aquila. Diciamo che è una “ ingessatura” un po’ più elegante. Si ode in lontananza un suono prima soffocato e poi sempre più chiaro. E’ la banda del paese che sta provando un “pezzo” nella sala civica. Quella marcetta si diffonde per vicoli chiusi, sbarrati, intasati dalle macerie. «Sembra la scena di un film di Fellini» mi fa notare Pitzalis. E in effetti tutto appare così incredibile da essere vero. Tragicamente vero.

    C’è una porta aperta. Uno degli agenti entra per un attimo. Dentro trova spuntoni di ferro che sono stati infilati dall’esterno. Servono a non far crollare quello che è rimasto.
    Io sono con la polizia, ma ho l’impressione che se fra due giorni ci torno da solo, lì, a Paganica, potrei entrare ovunque, come hanno fatto i tanti sciacalli che ai terremotati hanno rubato anche l’anima. L’agente richiude la porta e lo fa come se lo facesse a casa sua, consapevole però che lì dentro le persone ci torneranno fra tanti anni.

    Giriamo ancora per qualche vicolo. Colpiscono i particolari. Nei centri storici che il terremoto ha distrutto, sono i portali di pietra a raccontarti del tempo che fu. E’ lì che ci sono scolpite le date, i simboli delle famiglie, i segni della religiosità popolare. E quando li inquadri con la luce della lampada è come se li separassi dal contesto. Intorno ci sono le macerie, ma loro sono lì. Generazioni di paganichesi li hanno visti e se la ricostruzione sarà fatta bene altre generazioni continueranno a passarci davanti, magari a guardarli distrattamente. Ma saranno il segno che il terremoto non ha cancellato la storia. E’ per questo che vanno difesi e tutelati. Purtroppo, mi confermano i miei accompagnatori, molti “materiali lapidei” sono spariti soprattutto nella confusione dei primi giorni dopo la scossa. Mentre si piangevano le vittime, c’ era chi pensava ad accaparrarsi qualche pezzo di pietra. Che strana e assurda umanità.

    A Bazzano, quello vero, c’è un cane che abbaia. La sua cuccia è a due passi dalla chiesa di Santa Giusta. Ci “arrampichiamo” verso il cuore dell’abitato. Di Bazzano nelle cronache dell’anno primo del terrenoto si è parlato poco. Ma la distruzione, nella parte alta, è quasi totale.

    Ci infiliamo in via del Meriggio e arriviamo a piazza delle Sirene. Doveva essere un posto bellissimo, soprattutto nelle assolate mattine di primavera. C’è un passaggio ad arco scavato nella roccia. In un angolo che sembrava dipinto da un artista, una scala formava una “elle”. Ora è spezzato, piegato, paurosamente in bilico. Mi ricorda quell’angolo della casa di Onna finito in polvere trascinandosi via mio padre e i miei figli.

    Alle 23,30 siamo a piazza Duomo, all’Aquila. Due tocchi di campana si diffondono nell’aria. Partono dalla chiesa delle Anime Sante. Ma allora, mi dico, le campane suonano ancora. Non tutte però. Quelle della cattedrale sono ancora poggiate a terra. A mezzanotte, girando la città, ti rendi conto meglio di come è ridotto oggi il capoluogo d’Abruzzo. Da Collemaggio, andando su su verso il centro, non si incontra anima viva. Ai varchi d’accesso ci sono i militari. Dopo una certa ora c’è il coprifuoco, non si passa. Le fontane grandi di piazza Duomo sono mute come tutto il resto. La fontanella piccola al centro invece fa il suo dovere. L’acqua e le campane, le fontane e le chiese: L’Aquila c’è direbbe un cronista sportivo che si esalta alle vittorie di Valentino Rossi.

    L’Aquila c’è ma adesso le mancano la benzina e persino le ruote. In via Sassa che fu il luogo della vita notturna, le insegne dei locali mi ricordano mille polemiche. Stanotte non c’è chiasso. Non ci sono bottiglie sparse qua e là. Non ci sono angoli dove fare i bisogni. Semplicemente non c’è la città.
    18 marzo 2010
     
     

    Gli ultimi commenti di questo articolo

      Non si meritavano tutto questo, altro che i bagni di folla di Berlusconi. Meritavano essere ascoltati e le cose fatte giustamente e non per gli amici di Bertolaso.......
      Inviato da vikingo
      il 18 marzo 2010 alle 19:06

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