di Enrico Nardecchia
L’AQUILA. Appalto a vigili del fuoco e Genio militare per evitare il rischio infiltrazioni mafiose. Bocciatura dell’idea di trasferire all’estero i materiali derivanti da crolli e demolizioni: sì al trattamento e al riciclo in Abruzzo. Queste le proposte del dossier di Legambiente.
IL PRIMO MILIONE. Da mesi Legambiente lavora sul territorio con l’osservatorio «Ricostruire pulito» costituito con «Libera» e la Provincia. Il movimento ambientalista ha redatto un dossier di 10 pagine. «Le istituzioni», sostiene Legambiente, «in questi mesi, avrebbero dovuto dare il giusto peso alla necessità di liberare perlomeno le strade dai detriti, come primo passo per avviare la ricostruzione. Non si può non notare il ritardo con il quale la questione è diventata prioritaria». Secondo lo studio, va precisato il quantitativo di macerie.
La «forbice», solo per il Comune dell’Aquila, «va da 1,5 a 3 milioni di metri cubi». Nella peggiore delle ipotesi si tratterebbe di 4,5 milioni di tonnellate. «Ma il vero blocco è soprattutto la presenza dei cumuli che impediscono la riapertura di molte vie del centro storico dove, accanto agli edifici crollati, si trovano anche molte case agibili ma che non possono essere raggiunte e rioccupate dai proprietari. Va eliminato subito il milione di metri cubi di calcinacci che impedisce di entrare nelle abitazioni».
Gli altri 2 milioni si troverebbero negli interni. Quanto alle responsabilità di chi non ha toccato le macerie, Legambiente chiama in causa prima i sindaci «che avrebber
o potuto, con ordinanza, disporre la rimozione individuando un sito
di stoccaggio nel territorio oppure, con l’aiuto di Provincia e
Regione, in una zona comprensoriale», oltre alla «Protezione
civile, che attraverso il commissario delegato per l’emergenza,
avrebbe potuto provvedere, in sostituzione dei Comuni, all’i
ndividuazione di siti da adibire a deposito temporaneo e selezione
dei materiali derivanti dal crollo di edifici pubblici e privati,
come da ordinanza del 30 luglio 2009. Non è vero, dunque, che la
Protezione civile non poteva intervenire. Poteva e non l’ha fatto,
se non per il sito ex Teges».
LA RIMOZIONE. Vengono avanzate diverse ipotesi,
da quella dei bandi gestiti da ogni singolo Comune, ritenuta
macchinosa e difficile da far funzionare in quanto «si graverebbe
sulle già precarie condizioni delle strutture tecniche comunali e
risulterebbe molto complicato tenere sotto controllo la filiera dei
numerosi appalti attivati, fino alla proposta di un unico appalto
«globale».
«Con un’unica stazione appaltante», si legge nel dossier, «che
potrebbe far capo alla struttura di missione, si divide il
territorio in macro-aree e si gestisce centralmente la procedura di
gara e di affidamento a ditte private. Questa scelta consentirebbe
di liberare i Comuni dall’incombenza di sovraccaricare il personale
tecnico, accelerando senza dubbio la procedura e allo stesso tempo
consentendo una sorveglianza più efficace.
L’ultima proposta in questa direzione è del commissario
Chiodi: intero ciclo delle macerie a un unico
soggetto tra i big europei del settore che le raccolga tal quali
dalle strade e le trasporti anche all’estero per smistarle e
lavorarle fuori Abruzzo». Ipotesi, questa, bocciata «in quanto va
data priorità allo smaltimento nel territorio. Non è pensabile che
si esportino le macerie fuori Italia. Indispensabile, poi,
incentivare la filiera del riciclo degli inerti in edilizia sia per
la ricostruzione post-terremoto sia nelle migliaia di cantieri
sparsi sul territorio nazionale. Lo stesso vale per il ripristino
ambientale delle tante cave dismesse e non recuperate».
28 febbraio 2010