di Enrico Nardecchia
L’AQUILA. «Temo più i comitati d’affari, gli imprenditori che fanno cartello, i politici apripista. Infiltrazioni? Io ancora devo vederle». Mentre dilagano le intercettazioni, il prefetto Franco Gabrielli invita a non abbassare la guardia sui pericoli legati alla ricostruzione.
LE INTERCETTAZIONI. Le 20mila pagine di verbali allegate all’ordinanza del gip di Firenze hanno messo in luce i rapporti opachi tra pezzi dello Stato, politici, imprenditori, facilitatori, faccendieri. Una rete che si muove con uguale disinvoltura dalla Maddalena ai Mondiali di nuoto a Roma, dalla Scuola dei marescialli fino al terremoto dell’Aquila. Una rete che annovera personaggi i quali, secondo indagini dell’Antimafia, sono legati nientemeno che ai Casalesi. Come nel caso del dipendente del ministero delle Infrastrutture
Antonio Di Nardo, che per l’accusa è anche gestore occulto di società, come il Consorzio stabile Novus, pronte a sbarcare. Di Nardo pare frequentare, anche con una certa naturalezza, il soggetto attuatore della ricostruzione, il provveditore interregionale alle Opere pubbliche Lazio-Abruzzo-Sardegna
Giovanni Guglielmi. Ipotizzare una rete di legami che parta dall’Aquila martoriata dal terremoto e arrivi ai Casalesi è uno scenario inquietante per un territorio che, storicamente, ha sempre resistito a ogni tentativo di sbarco. Ma la realtà di oggi è diversa. Il rischio è reale. Il prefetto
Gabrielli, che sull’inchiesta in corso non fa commenti, allarga la riflessione
al momento che sta vivendo la città. «Il primo pensiero», dice
Gabrielli, «è per i professori del giorno dopo. Lo dico da persona
che, per 15 anni, ha fatto intercettazioni telefoniche. Auguro loro
di non doversi mai giustificare rispetto a pezzi, stralci,
brandelli di intercettazioni che molto spesso, limitatamente a
singole frasi, possono appalesarsi semplicemente come millantato
credito senza per forza dare corpo a illeciti di un qualche tipo.
Temo più i comitati d’affari che le infiltrazioni perché qui esiste
prima di tutto un sistema sano e poi una rete di controlli
efficace, in grado di respingere ogni avvicinamento
sospetto».
SULMONA E IL CRATERE. Riguardo alla questione del mancato
inserimento di Sulmona nel cratere sismico, pure oggetto di un’i
ntercettazione telefonica, Gabrielli prende posizione. «Se c’è un
merito, nella perimetrazione del cratere, è quello di avere
resistito alle pressioni politiche, e sono state tante. Ci si è
affidati solo ai dati tecnici. Il secondo decreto, quello con l’i
nserimento di altri 6 Comuni, li conteneva all’inizio e alla fine.
Non è stato aggiunto nessuno strada facendo. Non come in altri
terremoti, dove si partiva da 10 e si arrivava a 100. E le risorse
erano sempre quelle, frazionate in maniera non giustificata.
Davvero singolare, questo Paese. Mi sarei aspettato che l’a
llargamento del cratere potesse essere interpretato, sì, come una
forma di cedimento a una pressione politica. Ma che il mantenimento
fermo di una posizione passi come una cosa da censurare mi
meraviglia molto. Ecco perché, riguardo alle intercettazioni,
ribadisco che certe affermazioni, a volte, sono decontestualizzate
e possono contenere forme di compiacimento nei confronti dell’i
nterlocutore o risposte date semplicemente per toglierselo di
torno. Diciamoci la verità: parlare al telefono non è come stare
davanti a un verbale dell’autorità giudiziaria. Non auguro a
nessuno di capitare nel gorgo». Come è successo al capo della
Protezione civile, che ha lavorato fianco a fianco con Gabrielli.
«In questi mesi», argomenta il prefetto,
«
Bertolaso è stato il più ricercato, il più
blandito, il più contattato di questo mondo. In giro ci sono tanti
millantatori, gente che si accredita e che promette l’i
nteressamento proprio o di altri. Bisogna fare valutazioni serene,
ma anche rigorose. Da parte mia, posso dire di aver presieduto
innumerevoli gare d’appalto e di non aver mai avuto alcuna
indicazione. Stento a riconoscere la rappresentazione della realtà
secondo la quale era tutto preparato».
«PIÙ LUCI CHE OMBRE». «All’Aquila, in 10 mesi, ho visto
più luci che ombre. Occorre uno sforzo comune per distinguere il
grano dal loglio. Continuo a rifiutare l’idea che sia tutto un
magna magna. C’è gente che ha lavorato per mesi, giorno e notte,
con passione. Ho visto qui tante persone oneste, il che non esclude
che ve ne siano passate di altre, animate solo dal profitto. I
malandrini paghino, ma la gente perbene possa lavorare
serenamente».
«LA CICCIA». Ma
Gabrielli sa bene che ci
sono tanti potenziali commensali attorno alla grande tavola della
ricostruzione della città. «Quando c’è la “ciccia”, l’interesse
economico, l’imprenditore, da che mondo è mondo, si dà da fare e si
rivolge al politico. Chiamiamola azione di lobbing, per dirla in
termini eleganti. Non necessariamente deve avere il suo terminale
naturale nelle procedure di appalto. Dico no alle semplificazioni
di una realtà molto complessa come la nostra. E non si può nemmeno
passare dal sistema gelatinoso al clima gelatinoso del
sospetto».
23 febbraio 2010