di Luigi Vicinanza
Un tempo erano mariuoli. Ora sono birbantelli. Dall’invettiva di Bettino Craxi alla bonaria constatazione di Silvio Berlusconi; in mezzo ci sono 18 anni di malaffare italiano. L’Italia intanto è cambiata, in peggio. La Seconda Repubblica, orfana dei partiti di massa del secolo scorso, si regge su un notabilato locale potente e fuori controllo: Cosentino in Campania, Loiero in Calabria, Verdini in Toscana, Marrazzo nel Lazio. Un federalismo spendaccione, affaristico, spesso volgare con la sua corte di trans ed escort.
Con quel vezzeggiativo da papà indulgente, Berlusconi ammette comunque, a malincuore, che il suo partito, il suo governo sono zeppi di gente impresentabile. Lo stesso elettorato di centrodestra è sconcertato. Le risate delle iene imprenditrici, nella notte del terremoto, sono una ferita difficile da rimarginare.
Lo sa il prudente Gianni Letta che, proprio nell’intento di rassicurare un’opinione pubblica turbata all’Aquila come nel resto d’Italia, è scivolato su un’informazione ambigua fornitagli dai suoi stessi uffici. Aveva assicurato che mai gli sciacalli del terremoto avrebbero lavorato e intascato un euro per L’Aquila. Si sbagliava. Sono già arrivati. Ieri abbiamo pubblicato il testo integrale dell’appunto riservato che lo ha indotto in errore. Gli ultimi paragrafi, quelli decisivi, sono un capolavoro di ipocrisia.
Come è potuto accadere? Chi ha fatto fare a Letta un errore politico così grave? Come è possibile che il sottosegretario alla presidenza del consiglio, con delega ai servizi segreti, venga così sommariamente infor
mato? A noi cronisti del Centro sono bastate meno di due ore, l’altro giorno, per incrociare i dati già noti delle ditte vincitrici di appalti, pubblicati in ottobre, con i nomi dei protagonisti dello scandalo G8 di cui si sta occupando la procura della repubblica di Firenze. Il «comitato di affari» è in azione all’Aquila.
Certo, le gare sono state vinte rispettando le procedure e le carte stanno a posto. Apparentemente tutto è regolare. Il presidente della Regione, Gianni Chiodi, da tre settimane anche commissario delegato alla ricostruzione, vede solo polvere. Anzi polveroni strumentali.
E sembra quasi già mettere le mani avanti annunciando una ricostruzione lenta per colpa delle inchieste della magistratura. Mentre il suo vicario, il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, un giorno s’indigna e il giorno dopo ci rassicura che tutto procede secondo le norme.
Domenica scorsa il titolo del mio articolo, appuntamento settimanale con voi lettori, era: «Fermiamo le iene imprenditrici». Sono stato inutilmente ottimista. Sono già qui. Hanno l’aspetto insospettabile, coltivano buone relazioni; sono ben protette. Mentre quando si parla di mafiosi e camorristi si possono tracciare storie e relazioni, in questo caso l’identikit è più complesso e difficile. Il virus affaristico è mutato, geneticamente trasformato. Ma è pur sempre un virus micidiale. Più difficile da scovare. Occorre attivare gli anticorpi giusti. Prima che sia troppo tardi.
21 febbraio 2010