di Enrico Nardecchia
L’AQUILA. «L’Aquila è nostra. Adesso basta». Le transenne dei Quattro cantoni vanno giù come i mattoncini del Domino. Gli aquilani entrano, testa e braccia alte, nella zona rossa. A San Valentino, un gruppone di 300 innamorati di questa città se la riprendono. A modo loro. Anche i militari fanno un passo indietro. Ma quale pranzo domenicale. Alle 12,45 solo lacrime e rabbia sulle macerie intatte.
«A PIAZZA PALAZZO». Il pallido sole su piazza Duomo già scalda Zorro e le altre mascherine. Una lunga fila di auto sale dal tribunale alla villa. Un percorso a passo d’uomo, in mezzo a una gabbia di transenne. Qualcuno ha tolto da via XX Settembre lo striscione «Ridi ’sto par di palle». Davanti alla casa dello studente ci sono i volti degli otto innocenti. Loro come gli altri 300. Tanti fiori e lumini davanti al monumento. E i vigili del fuoco, più avanti, potano un grande ippocastano. Alla villa comunale, le bottegucce di legno dei commercianti sono aperte. Davanti al Grand hotel, chiuso, c’è la sorella di Maurizio Cora, l’avvocato che ha perso moglie e figlie nella notte del sisma.
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«Noi non ridevamo», è questo lo slogan che sta scritto sulle magliette e sui cartelloni preparati all’ultimo momento, mentre era ancora fortissimo lo sdegno per le «infami intercettazioni degli sciacalli». La salutano i medici Antonella
Santilli, vicepresidente del consiglio comunale, e Antonello
Marano. Più avanti, in piazza, l’ex rugbista Carlo Caione esce dal
bar Nurzia con un pacchetto verde. Parte un piccolo corteo verso
piazza Palazzo. Una fila che diventa sempre più lunga. «Vogliamo
rientrare nelle nostre case», gridano gli aquilani esasperati da
dieci mesi di esilio forzato tenda-roulotte-albergo-casette.
Percorso non concluso ancora per molti. Per troppi aquilani. Le
colonne dei portici sono fasciate di giallo. Tubi e puntelli
dappertutto. Ma il giro dei trecento per le vie della città ferita
si ferma subito. Ai Quattro cantoni. La camionetta dei militari sta
lì a ricordare che da qui non si può passare. C’è la polizia. Ci
sono i vigili del fuoco. E solo a loro va il grazie di questa gente
esasperata che, nella notte del terremoto, se li è visti sbucare
dalla polvere. Mani tese, braccia forti. Per chi ce l’ha fatta e
per chi no. Inizia una trattativa. «Da qui non si passa», dicono i
poliziotti.
«CHI SÌ E CHI NO». «Ma come, per i potenti del
mondo sì e per noi che ci teniamo le case no?», chiede un anziano
col bastone che si è trascinato fino a qui. Trattativa difficile,
questa. Si capisce subito che i margini sono distanti. Qualcuno
prova a suggerire: «Entra uno solo, simbolicamente». Bordate di
fischi. I militari si guardano, forse preoccupati. Allora, senza
nemmeno dirlo, partono tutti. Senza segnale. Le transenne ballano.
«Aprite, aprite», ordina infine la polizia. Poi quei separé cadono
come birilli e la gente marcia versopiazza Palazzo, sotto la casa
di tutti, il Comune. È qui che la rabbia si scioglie in lacrime.
Giovani e anziani piangono a vedere quei mucchi di macerie ancora
intatti. Nessuno li ha toccati. Eppure qui c’era stato persino un
consiglio comunale. «E le tv avevano fatto passare il messaggio che
era tutto risolto», gridano adesso i manifestanti che non ce la
fanno più. Poi una decina di persone si arrampicano sulle macerie.
«NOI NON RIDEVAMO». Daniele Gioia è uno di quelli che non
ridevano la notte del sisma. «Non ho avuto danni, ma a sentire
quelle parole indegne non ho avuto un attimo di esitazione. Dovevo
esserci, per una testimonianza. Non c’è nulla da ridere ed è ora di
dire basta a chi racconta un’altra verità». Antonio Di
Giandomenico, qui con la moglie Rita Ferri, arringa la folla in
dialetto: «L’Aquila sta come stea». Poi, di fronte a quello
sfacelo, parte un invito: «Ognuno di noi prenda una pietra. Poi
torneremo con le carriole. Le macerie, da qui, le toglieremo noi».
E ciascuno si mette in fila. A chi tocca un pezzo di tegola rossa,
a chi un frammento di un pavimento di granito. A chi un sasso. A
chi una pietra bianca levigata. Pezzi da rimettere insieme. Mimmo D’
Orazio ha un berretto rosso e due cartelli addosso: «Io alle 3,32
non ridevo» e «Riaprire la città». Nelle mani ha una pietra. Ma non
vuole lapidare nessuno. «È un gesto simbolico. Una pietra a testa,
e la città si libera. Bertolaso? Gli riconosco delle capacità fuori
dal comune, ma da qui a santificarlo ce ne passa. Sono arrabbiato
per quello che non ha fatto prima del terremoto. Poi, a catastrofe
avvenuta, abbiamo dovuto assistere a una cricca che si è spartita
la torta. Le risate? Di due animali, con tutto il rispetto. A noi
aquilani tocca vigilare, marcare stretto il potere».
ANNA, IL FANTASMA. Da sotto un lenzuolo bianco con la
scritta «L’Aquila» sbuca fuori Anna Barile, che urla tutta la sua
rabbia. «L’Aquila è nostra, non è un set. Ci dicevano non c’è
pericolo e invece chi doveva proteggerci non ci ha difeso. Quella
notte nessuno rideva, nessuno. Ho messo il lenzuolo bianco per
testimoniare che la nostra è una città fantasma: tutto ovattato,
tutto troppo silenzioso».
«IO STO CON GIUSTINO». Stefano Cencioni è un ragazzone
alto che si mette sul mucchio più grande. La torre di Palazzo gli
fa da sfondo. Ha il megafono ma non gli serve. Grida più forte di
tutti: «Qui non rideva nessuno. C’erano i nostri figli, i nostri
genitori, gli studenti. Ognuno di noi ha la sua storia. E l’Italia
lo sappia». Poi, sceso dal mucchio, aggiunge: «La mia non è una
posizione contro la Protezione civile, che tanto ha dato a questa
città. Ho conosciuto volontari che hanno lasciato le loro famiglie
e attività anche in Sicilia e in Valle d’Aosta per venire ad
aiutarci. Mi sento vicino a Giustino Parisse, la persona con la più
alta dignità, per il suo silenzio interiore di uomo, padre e
marito».
15 febbraio 2010