di ROBERTO RASCHIATORE
SULMONA. Reparto penale, quattro sezioni tra il primo e il secondo piano. Inizia da qui, tra verdi pareti che invitano alla speranza, il viaggio nella Casa lavoro del supercarcere di Sulmona, battezzata sezione degli internati. Era una delle quattro strutture modello del sistema giudiziario italiano, l’unica nata coi parametri del carcere di massima sicurezza. Adesso è il girone dell’inferno di un penitenziario maledetto, per usare le parole di
Giulio Petrilli, il responsabile regionale Pd del Dipartimento dei diritti civili che l’altra settimana ha visitato il carcere di via Lamaccio. Perché a Sulmona c’è la Casa lavoro più affollata del Paese, rimasta in funzione insieme a quella di Saliceta San Giuliano di Modena. Gli altri due istituti, a Castelfranco Emilia e Favigliana, hanno smesso di svolgere la loro funzione di recupero sociale.
Così in due anni Sulmona ha visto quadruplicare il numero degli ospiti internati, saliti da 50 a 200. Quadruplicati gli ospiti, quadruplicati i problemi. Iniziati nel 2009 con le aggressioni agli agenti di polizia penitenziaria ed esplosi in modo dirompente negli ultimi dieci giorni di questo nuovo anno, da quando ci sono stati un suicidio e tre tentativi nella stessa sezione degli internati. Ed è di ieri l’ultimo, ennesimo segnale del malessere: un recluso romano di 30 anni, in sciopero della fame per protesta contro il sovraffollamento, è stato ricoverato in ospedale dopo uno svenimento accusato nel corso di un trasferimento verso il carcere di Villa Stanazzo a Lanciano. Il sindacato Uil, attravers
o il proprio portavoce
Mauro Nardella, invoca l’a
rrivo dell’Esercito.
Il sindaco di Sulmona,
Fabio Federico, che è anche
dirigente medico del supercarcere peligno, si appella al ministro
Alfano ed è pronto ad affrontare il problema in
consiglio comunale. La Casa lavoro accoglie persone che scontano
misure di sicurezza detentiva alternativa al carcere vero e
proprio. Si tratta di ex detenuti che lo Stato ritiene socialmente
pericolosi, soggetti che una volta liberi potrebbero tornare a
delinquere. Soggetti che arrivano da ospedali psichiatrici
giudiziari, che hanno un vissuto fatto di alcol e droga, che si
trascinano dietro situazioni familiari difficili, che in passato
hanno avuto legami con la criminalità organizzata. Provengono in
gran parte da Campania, Sicilia, Puglia e Lazio. Sulmona ne
potrebbe ospitare 75, in celle di nove metri quadrati concepite per
un massimo di due persone.
Si è arrivati invece a una capienza di duecento internati. Nelle
quattro sezioni e per ogni turno di sei o otto ore è in servizio un
solo agente. Uno per ogni cinquanta reclusi. Un singolo agente che
ha compiti di controllo e di gestione della vita del carcere. Come
tutti gli altri detenuti, anche gli internati devono sottostare al
regolamento interno. Hanno facoltà di passeggio in alcuni momenti
della giornata, possono frequentare la sala hobby o la saletta di
socialità, il campo sportivo. Più degli altri detenuti, invece, gli
internati hanno la possibilità di ottenere 45 giorni di licenza in
un anno (spettano ai soggetti che hanno dato prova del loro buon
comportamento). E più degli altri detenuti, gli internati hanno l’o
bbligo di svolgere attività lavorative retribuite e socialmente
sostenute.
Ed ecco qui la nota dolente. Nei laboratori di falegnameria,
calzoleria, sartoria e lavanderia della struttura di Sulmona non c’è
lavoro per tutti. Non c’è lavoro neanche per quelli che «radio
carcere» definisce gli «scopini», ovvero gli addetti alle pulizie o
alla cucina. Allora il lavoro viene diviso. Si lavora per un
massimo di due ore. Si guadagnano tra le 20 e le 50 euro e non i
due terzi della somma prevista dai contratti di lavoro delle varie
categorie. Il resto del tempo, al netto del passeggio e della
socialità, lo si trascorre stipati nelle celle. «E la Finanziaria
2010», sottolinea
Matteo Balassone, coordinatore
regionale della funzione pubblica Cgil di polizia penitenziaria,
«ha ridotto del 40% il lavoro riservato ai detenuti». Senza
dimenticare gli altri problemi. Centosessanta dei 200 internati
hanno bisogno dello psichiatra.
Ce n’è uno solo. Nell’Area trattamentale ci sono gli stessi cinque
educatori da venti anni. L’Area sanitaria è in forte sofferenza,
come più volte denunciato da Federico, e non riesce a garantire le
adeguate cure. «Chiediamo la chiusura della Casa lavoro o il
trasferimento immediato di almeno cento internati», riprende
Balassone.
Richieste rivolte al Dipartimento dell’amministrazione
penitenziaria, più volte sollecitato a trovare soluzioni per
disinnescare la bomba a orologeria che sta nella prigione modello
diventata inferno.
20 gennaio 2010