di Domenico Ranieri
SULMONA. Tra detenuti stipati nelle celle e scarsa assistenza sanitaria: eccolo il supercarcere maledetto di via Lamaccio. Qui ogni due giorni e mezzo si sfiora la tragedia. Un suicidio, Tammaro Amato e tre tentativi di togliersi la vita in 10 giorni. Ieri l’ennesimo episodio, stavolta con un record: due tentativi di suicidio in pochi giorni.
Lo stesso giovane, che 10 giorni fa tentò di darsi fuoco con il fornellino elettrico, ieri ci ha riprovato con i lacci delle scarpe da tennis. Se li è stretti intorno al collo e ha tentato di strangolarsi. Gli agenti di custodia lo hanno trovato cianotico e sono riusciti a salvarlo in extremis. Trasportato in infermeria, il giovane è stato rianimato grazie all’intervento dei medici del 118 dell’ospedale di Sulmona.
LA SEZIONE INTERNATI. La sezione «maledetta» è quella degli internati, dove i detenuti, spesso anche boss di camorra e ’ndrangheta sono sottoposti alla misura alternativa della casa di lavoro.
Sono persone anche con problemi psicologici — uno psichiatra per 160 reclusi — che hanno già pagato il loro conto con la giustizia, però non vengono rimessi in libertà perché il giudice di sorveglianza li reputa socialmente pericolosi. Affinché possano essere reinseriti nella società hanno bisogno di un periodo di transizione, per imparare un lavoro prima di uscire. In questa sezione, però, mancano proprio le opportunità di lavoro.
LE CELLE. Oggi nell’area internati sono ospitati 200 detenuti rispetto ai 75 previsti. Ogni cella di 9 metri quadrati dovrebbe
ospitare un solo detenuto. Invece, è stata trasformata in una cella
a tre posti. I detenuti dovrebbero lavorare per 8 ore al giorno, ma
vengono impiegati nelle varie attività al massimo per due ore e
neanche tutti. Le altre 22 ore le trascorrono stipati in cella.
Tutti i tentativi di suicidio sono stati messi in atto in questa
sezione.
AGENTI CANDIDATI. La Uil penitenziari è
preoccupata per la pericolosa situazione del penitenziario di via
Lamaccio, dove si registra una drammatica carenza di organico.
«Chiederemo allo Stato l’invio dell’esercito fuori e dentro il
carcere se prima delle prossime elezioni il Dipartimento
amministrazione penitenziaria non provvederà a potenziare l’o
rganico degli agenti a Sulmona».
«Con le prossime consultazioni elettorali», afferma Mauro Nardella
(Uil), «molti degli attuali agenti in servizio andranno in congedo
per 45 giorni, così come prevede la legge, perché si candideranno,
e sarà praticamente impossibile coprire tutti i turni di
lavoro».
L’organico del carcere di Sulmona prevede 310 agenti, ma
attualmente ne sono in servizio poco più di 200, a fronte di una
popolazione carceraria che supera i 500 detenuti: gli agenti che
chiederanno il congedo elettorale dovrebbero essere circa 30,
stando alle statistiche degli ultimi anni, ma il sindacato teme che
possano essere molti di più soprattutto in relazione alla
situazione che si vive dentro al carcere.
VINO AI PASTI. «Ci troviamo di fronte a una
situazione esplosiva», aggiunge Nardella, «con un sovraffolamento
di circa 200 detenuti, quasi tutti con problemi psichici, ai quali
viene data la possibilità di poter bere il vino che aggiunto ai
psicofarmaci diventa un mix esplosivo. Per questo torniamo a
chiedere alla direzione del carcere di togliere dalla dieta dei
detenuti qualsiasi tipo di alcolico ». Prima degli ultimi tentativi
di suicidio i detenuti avevano fatto abuso di vino.
PROBLEMI SANITARI. Il personale medico e
paramedico che opera nel carcere di Sulmona ha indetto lo stato di
agitazione «per le difficili condizioni alle quali sono sottoposti
per prestare le cure ai detenuti». Attualmente cinque medici
prestano servizio a parcella con il vecchio contratto del ministero
di Grazia e giustizia, mentre altri due sono contrattualizzati
dalla Asl Avezzano-Sulmona- L’Aquila. La diversità di trattamento
economico a parità di prestazione, più bassa per i primi e più alta
per i secondi, sta ingenerando problemi all’interno della struttura
di reclusione, così come la riduzione del personale addetto al
Sert, nonostante l’elevata presenza di detenuti
tossicodipendenti.
A causa del sovraffollamento e carenza di agenti penitenziari, i
medici sono costretti a lavorare senza il supporto di questi
ultimi, esponendosi a rischi che oltrepassano la previsione di
contratto. «Il decreto legislativo 230 del 1999 per il
trasferimento delle competenze dal ministero di Giustizia al
Servizio sanitario nazionale », spiega Fabio Federico, responsabile
medico del carcere di Sulmona, «è rimasto di fatto inapplicato,
anche perché tutto è in mano alle Asl regionali, con gravi
pregiudizi per la difformità nei protocolli sanitari diversi
regione per regione.
Ogni Asl è autonoma, quindi è facilmente prevedibile che le regioni
più sane sotto il profilo del bilancio della Sanità sono quelle che
più possono investire in termini di tutela per la salute dei
detenuti. Questo è profondamente ingiusto per i reclusi, che invece
devono vedersi assicurati i trattamenti di cui hanno bisogno». Il
timore è che si sia instaurato un percorso di emulazione dei
reclusi per tenere alta l’attenzione dei media.
19 gennaio 2010