di Luigi Vicinanza
Ore 3.32, la catastrofe. A Pescara l’onda sismica arriva a
distanza di tre minuti. Mi alzo di scatto dal letto, guardo l’o
rologio. La scossa è lunga, sembra non finire mai. Come quella che
ho impressa nella mente, 29 anni fa. Mando una raffica di sms, il
primo a Giustino Parisse, il capo della nostra redazione all’A
quila. Non mi risponde. Mi chiamano invece Lorenzo Colantonio (sarà
il primo giornalista ad arrivare ad Onna, al fianco di Parisse) e
Roberto Marino. Dopo un po’ il consigliere delegato del giornale,
Domenico Galasso, mi invita a raggiungerlo in macchina sul
lungomare di Pescara dove ormai c’è una agitazione totale.
Con i nostri telefonini e un computer mettiamo su una redazione
improvvisata nel giardino di casa di Roberto, a Montesilvano. Sono
le 4, è buio pesto. Da Roma chiama Pier Vittorio Buffa: è stato
direttore del «Centro» a fine degli anni ’90, ora dirige i siti
locali del nostro gruppo editoriale. «Come va?» chiede. «Non lo so.
Credo male. La scossa è stata troppo lunga. Devastante». Ricordo
quei cento secondi in Irpinia. Rabbrividisco. Decidiamo di iniziare
una diretta internet sul sito del Centro, le prime informazioni le
dà Colantonio, poi Fabio Iuliano che riesce a spedire anche le
prime foto. Riesco a parlare con i colleghi della redazione dell’A
quila, il quadro si fa fosco. Giustino è irrintracciabile.
Avrò sue notizie soltanto quando ormai è giorno, le 7 forse le 8.
In una redazione insolitamente affollata per quell’ora ho visto
scene di dolore vero. A Parisse gli vogliono bene tutti. I nostri
inviati che sono partiti per raggiungere L’Aquila e gli altri paesi
di cui si cominciano ad avere sommarie notizie chiamano a Pescara,
sono costernati e confusi. C’è sbandamento. Che cosa si fa? Noi
giornalisti siamo abituati ad essere testimoni del dolore. Ma
quando ci tocca così da vicino? Il giornale potrebbe anche non
uscire; in che modo e con quale linguaggio raccontiamo la tragedia
che ci ha travolto? La sede dell’Aquila è un ammasso di macerie. I
colleghi aquilani, tutti, hanno perso casa.
Riunisco chi c’è in redazione a Pescara; dico: chi vuole andarsene
a casa può farlo, così può stare vicino ai propri cari. Non
sappiamo ancora bene che cosa è successo, ma sappiamo che Onna non
c’è più, che la famiglia di Giustino è distrutta. Chi decide di
andar via, sappia che non lo considero «disertore». Sì, uso proprio
questa parola, quasi fossimo in guerra. Nessuno dei giornalisti,
dei poligrafici, degli impiegati va via. «Il Centro» deve uscire. A
tutti i costi. Decidiamo di fare 40 pagine, tutte dedicate alla
catastrofe. E’ la prima volta, credo, che un quotidiano formato
tabloid dedica tante pagine ad un unico evento. E per giorni e
giorni abbiamo continuato così, 40 pagine per edizione.
Fino ad oggi con il dopo-sisma sempre in primo piano. Ci siamo
sforzati di essere la voce dell’Abruzzo del terremoto, scandita in
ogni sua variante: la cronaca paese per paese, i reportage, le
lettere. Credo che siamo stati anche un po’ servizio pubblico: le
informazioni scientifiche sul sisma, le norme dell’emergenza, le
leggi sulla ricostruzione. Abbiamo provato a farlo in un difficile
equilibrio, attenti a non sposare tesi preconcette o pregiudizi,
allo stesso tempo prudenti e spregiudicati, nel raccontare la vita
quotidiana delle tendopoli, nel tener dietro alla gara contro il
tempo per la costruzione di alloggi entro l’inverno.
Non abbiamo ignorato né le proteste dei cittadini né i successi
delle istituzioni. Abbiamo raccontato prima l’estate e ora il
Natale degli spettacoli di artisti solidali, senza dimenticare di
essere un cordone ombelicale per gli sfollati sulla costa
adriatica. Abbiamo seguito il G8 tra speranze e delusioni. Ci siamo
presi le nostre critiche, quasi sempre giuste, qualche volta
inutilmente malevoli. Ci hanno soprannominato il «giornale del
terremoto» o anche «la Bibbia del terremotato». Ne siamo fieri. E
abbiamo preso un impegno per l’anno che sta per cominciare: non ci
fermeremo.
Lo dobbiamo ai nostri morti. Lo dobbiamo ai vivi.
27 dicembre 2009