di Enrico Nardecchia
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L’AQUILA. «Stop all’Asl unica, qua ci uccidono, qua perdiamo tutto e l’ospedale non lo rifacciamo più». Massimo Cialente chiede alla Regione di esonerare L’Aquila dal piano di riduzione delle Asl. Il sindaco denuncia «ritardi inspiegabili» per la riattivazione del San Salvatore danneggiato dal terremoto e chiama in causa il governo Berlusconi: «Servono operai h24, come per il progetto Case».
SINDACI ALL’ATTACCO. Il comitato ristretto, di cui fanno parte i sindaci dell’Aquila, Rocca di Mezzo, Tornimparte, San Demetrio ne’ Vestini e Capestrano, ha incontrato il commissario dell’Asl
Giancarlo Silveri che ha il compito di accorpare L’Aquila, Avezzano e Sulmona in un’unica Asl provinciale. Per Cialente questo piano rischia di schiacciare il capoluogo, già piegato dagli effetti devastanti del terremoto. «Sbagliato e pericolosissimo, anche per tutti gli equilibri politici ed economici, pensare di realizzare la fusione delle Asl abruzzesi in un’unica realtà regionale entro la fine dell’anno. Viviamo ancora una fase di emergenza, una fase di debolezza per il nostro ospedale, che deve far fronte a una serie di problemi strutturali provocati dal terremoto. Per questo è quantomeno prematuro affrontare un processo di fusione, che comunque auspichiamo, ma rimandiamo a una fase successiva». La priorità è rimettere in piedi il «San Salvatore». «Non mi rassegno», prosegue Cialente, «al fatto che si è riusciti a organizzare il G8, con interventi 24 ore su 24, ma non si riesce a dare una risposta ai problemi di questo ospedale, tanto
che per fare un’urinocoltura bisogna andare a Teramo». Cialente
chiama a raccolta i 36 sindaci, che convocherà in assemblea.
«Bisogna riaprire subito il laboratorio analisi e avviare il
programma per riportare l’ospedale ai 460 posti letto originari. «L’
Asl ha a disposizione 45 milioni di euro derivanti dall’a
ssicurazione ma non basta. Per una completa ristrutturazione di
milioni ne servono 73: ne mancano 30 che devono arrivare dai fondi
per la ricostruzione della città».
RISCHIO PANDEMIA. Cialente si
dice preoccupato per il rischio di diffusione dell’influenza A
nelle aree terremotate. «Già durante l’estate avevo scritto al
viceministro alla Salute
Ferruccio Fazio, per
chiedere un sostegno nel gestire un’eventuale emergenza relativa
alla diffusione del contagio. Mi chiedo, ora, cosa si stia facendo
per scongiurare questo rischio. Molte persone viaggiano ogni giorno
dalle strutture alberghiere della costa o del resto della
provincia, utilizzando mezzi pubblici e condividendo servizi
igienici. Per questo motivo, il rischio di contagio è
potenzialmente maggiore. A ciò bisogna aggiungere che il nostro
ospedale cittadino non è in condizioni tali da poter ospitare molti
ricoveri. Occorre intervenire anche in questa direzione per evitare
la paralisi totale dell’attività». Il sindaco di Rocca di Mezzo
Emilio Nusca rincara la dose: «Serve una grande
mobilitazione. Dopo il terremoto bisogna rifare l’ospedale dell’A
quila e ripensare la sanità sul territorio con i distretti e le
residenze sanitarie assistenziali. Impossibile, per una città
piegata dal sisma come L’Aquila, andare a negoziare i posti letto
col resto della provincia».
Cialente aggiunge: «La
riabilitazione è assente, le eccellenze e le professionalità di un
ospedale che fino al 5 aprile aveva il 30 per cento di mobilità
attiva sono mortificate. La facoltà di Medicina, che è nata qui,
deve continuare a esistere. Il progetto per il “delta” di chirurgia
e medicina è stato appena assegnato. Bisogna decidere cosa fare, se
riadattare o ricostruire ex novo. Bisogna copiare i tempi del
progetto Case. Poi serve un piano per riaprire l’ex Onpi all’Aquila
e la Rsa a Montereale. Bisogna creare due distretti, uno a Est e l’a
ltro a Ovest. E ci devono ridare anche i 60 posti letto della
clinica Sanatrix. Dobbiamo tornare ad averne 460».
I CERTIFICATI. Oltre 50 certificati medici al
giorno presentati dal personale dell’Asl. È quanto accade al San
Salvatore dal 6 aprile scorso. Colpa, secondo il segretario
regionale della Cisl
Gianfranco Giorgi, delle
difficili e precarie condizioni di lavoro. «Già nella fase
immediatamente successiva al sisma si è registrata una difficoltà
oggettiva nella gestione del personale dislocato in diverse zone
dell’Abruzzo. Una mobilità momentanea favorita dallo stesso
assessorato alla Sanità che ha concesso i nulla-osta ai
trasferimenti e che, già da allora, delineava una qualche volontà
di procedere al depotenziamento e ridimensionamento dell’ospedale
aquilano. Le condizioni in cui operano i dipendenti dell’Asl non
sono ottimali. La gran mole di certificati medici è dovuta, in
parte, alle condizioni inadeguate e poco idonee in cui si trovano a
operare medici, infermieri, tecnici, ausiliari e amministrativi del
San Salvatore. Per mesi, in estate, hanno sofferto la calura sotto
le tende, lavorando anche a 40 gradi. Oggi accade l’opposto:
esistono ancora reparti e divisioni costrette a operare in
condizioni precarie, nei container e senza sede stabile come il
pronto soccorso, in parte ancora sotto una tenda, dove, giorni fa,
sono stati registrati appena 4 gradi durante la notte. Il
laboratorio analisi lavora in un piccolo container, centralino e
direzione sanitaria sono sotto le tende, come molti altri uffici
amministrativi e servizi. Una condizione che pesa ulteriormente. La
presentazione di 50 certificati giornalieri non è la prassi per un
ospedale: è bene che Asl e Regione si interroghino su questo
fenomeno, che va controllato e arginato. Una situazione che mai
prima d’ora si era verificata». Giorgi pone l’accento anche sull’a
spetto retributivo: «Il personale ospedaliero ancora non percepisce
incentivi e straordinari del 2008. Né è stata corrisposta la fascia
retributiva richiesta. Esistono tantissime persone che si sono
prodigate fin dal primo giorno dopo il sisma lavorando anche 12 ore
di fila: questo senza che l’Asl abbia riconosciuto un benché minimo
compenso straordinario».
28 ottobre 2009