Sei mesi fa, morti e fuga dalla città

Il dolore per le vittime, i ricordi di una vita, l’incertezza sul futuro

    di Giustino Parisse


    Ho intravisto la «cassa» dell’impianto stereo che avevo sistemato in un angolo della sala dove conservavo decine di volumi dell’E nciclopedia Treccani e tante altre enciclopedie uscite negli anni in abbinamento ai principali quotidiani italiani. Quello stereo, che ho utilizzato molto poco, aveva un valore affettivo. Era infatti il regalo che i colleghi del Centro mi avevano fatto nel settembre del 1990, pochi giorni prima del mio matrimonio. Mi sono ricordato che a fianco a quella «cassa» dovevano esserci i volumi della Treccani. Il vigile del fuoco e mio fratello hanno spostato delle pietre e sono emerse le enciclopedie. Qualche volume in buono stato, altri piegati e schiacciati, un paio con la muffa che li aveva già aggrediti.

    Li ho presi e appoggiati in luogo sicuro. Li ho quasi accarezzati come se avessi salvato una piccola parte di me. Quella meno importante. Quella di cui si può fare a meno. Ma per vent’anni molti dei miei risparmi erano stati utilizzati per comprare quelle enciclopedie su cui spesso avevano studiato anche i miei ragazzi. Poi a un tratto mi ha preso una sorta di voglia di fare, come se volessi cominciare a ricostruire con le mie mani la casa crollata sotto i colpi della scala Richter. Ho riordinato i nanetti di gesso che mettevo nel giardino vicino a Biancaneve. Ho sistemato le due ochette - anch’esse finte - che erano finite sotto l’erba alta di un giardino ormai sfiorito.

    Chi è arrivato a leggere fin qui forse dirà: ma con tutti i problemi che ci sono in questa città a sei mesi dal terremoto, questo continua a piangersi addosso, a raccontarci le sue giornate fatte di dolore e peregrinazioni varie.
    Sì lo so. Stamattina c’è chi è dovuto venire all’Aquila dagli alberghi della costa per non perdere il lavoro e per mandare i propri figli a scuola. C’è chi - e sono migliaia di persone - ha dormito ancora sotto una tenda, chi è relegato in qualche albergo delle zone interne e pensa alla sua casa da risistemare, chi da questa mattina alle 8 sta già vagando per gli uffici degli enti pubblici con una perizia in mano, con le carte di una burocrazia asfissiante che non si fa piegare nemmeno dal terremoto, chi è costretto in un camper con problemi di salute e nella più totale solitudine, chi ha la casa A o B e non sa a che santo rivolgersi per cercare di rientrare prima possibile.

    Eppoi il pensiero dei figli a scuola che, magari, non sono andati nei moduli provvisori ma sono rientrati nel vecchio edificio se pur ristrutturato e sicuro. La paura per una precarietà che si fa sempre più evidente è il sentimento più forte. Dopo sei mesi, quando la vita doveva tornare alla normalità, si scopre che c’è tanto da fare. Gli alloggi del progetto Case saranno assegnati da qui a Natale e il timore della disgregazione sociale esiste, anche se per ora viene ritenuta solo un effetto collaterale.

    L’importante è ridare un tetto alle persone, ma è importante anche farle sentire parte di una comunità. Pochi giorni fa ho incontrato il dirigente di un consorzio di beni culturali. Ho scambiato con lui poche parole ma mi ha detto una cosa a cui io non avevo pensato: prima di ricostruire la parte visibile della città bisognerà rifare anche quella invisibile e faceva riferimento a fogne, servizi di acqua, gas, elettricità. E’ tutto da rifondare. E’ come l’alba di un nuovo giorno, quando ti alzi e non trovi più i tuoi punti di riferimento fosse anche la cassettina dove conservavi la schiuma da barba e i rasoi.
    E’ poi ci sono i monumenti. In tanti si interrogano se le promesse fatte dai leader mondiali in occasione del G8 durante le loro passeggiate fra le macerie della città, saranno mantenute.

    E poi ci sono i paesi. Nei giorni scorsi ho sentito sindaci preoccupati per i ritardi nella costruzione delle casette di legno, quelle modello Onna. Le ditte che hanno preso gli appalti non hanno ancora iniziato i lavori. La gente, giustamente, non vuole andarsene dal luogo dove vive da sempre e dove, sotto le tende, ha combattuto l’orrore del terremoto. E accade, come a Camarda, che smontando la tendopoli, è stata smontata anche la tenda chiesa. Ieri sera mi ha chiamato Carmelo che a Camarda è nato e ci vive. E mi ha detto che senza chiesa la gente si sente persa, anche quella che magari prima non ci andava mai ma la considerava un punto fermo, il riferimento di una tradizione secolare, che non scompare per decreto. Le macerie sono un altro bel problema. Alla fine saranno più di due milioni di tonnellate e non si sa ancora bene dove portarle anche se proprio ieri la Regione ha fatto sapere che sono stati individuati i siti. E sulle macerie c’è il rischio che qualcuno fiuti l’affare e allora saranno guai, peggiori di quelli causati dal terremoto. Ma in tutto questo mi ostino a considerare un elemento che spesso sottovalutiamo, sì, noi, lo sottovalutiamo: l’Aquilanità. Una parola spesso usata più per chiedere che per dare. Una parola dietro alla quale si nasconde, a volte, attendismo.
    6 ottobre 2009
     
     

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