Dopo 5 mesi, stesso dolore

Quella voglia di scappare dai luoghi devastati

    di Giustino Parisse ONNA. Due notti fa, dopo cinque mesi, ho fatto un sogno. E’ durato pochissimo. Forse lo stesso tempo della scossa del sei aprile: una ventina di secondi. In quel sogno ho rivisto, a casa mia, tutta la mia famiglia insieme. A un tratto ho detto a mia moglie: bisogna chiudere la finestra, ma vacci tu, perché loro, Domenico e Maria Paola, li vediamo ma non possono fare nulla, loro sono morti. Sogno finito.

    Questo è il mio sei settembre: loro ci sono ma non possono fare più nulla. Forse quel sogno è nato dall’ennesimo percorso nel dolore. Venerdì mattina mi ha chiamato al cellulare un collega del Belgio. Era la prima volta che veniva all’Aquila e mi ha chiesto di aiutarlo a capire quello che era successo e soprattutto a che punto è la ricostruzione. Abbiamo girato un po’ e poi ho deciso di portarlo a Onna. Non nel nuovo villaggio (che ormai conoscono tutti), ma nel paese che non è più un paese ma solo cumulo di macerie. Sono andato di nuovo a casa mia. E’ sempre più triste. Erbacce, sassi, silenzio, il vento che muove la tenda appesa davanti alla finestra di quella che era la cucina. E poi quel divano sul quale guardavo la tv con i miei ragazzi. Quanta nostalgia per le risate con Homer e Burt Simpson, eroi di carta ma capaci anche di farti pensare. Per terra, sopra alle mattonelle che sono l’unica cosa non lesionata, c’è ancora una copia del Centro del 5 aprile con «La movida al ritmo delle scosse» l’articolo firmato dal collega Giuliano Di Tanna. E poi il camino che d’inverno faceva tanto calore (anche umano) e quella s
    tanzetta ristrutturata anni fa, il tunnel come lo chiamava Domenico. Una volta il tunnel era una stalla con la porta che dava su via dei Calzolai. La porta l’avevo lasciata perché mi piaceva l’idea di uscire e stare “dentro” il mio paese.

    Lì c’erano le case di Maria e Giannina, due donne anziane che mi avevano visto crescere e che mi volevano bene. Nemmeno loro ci sono più.
    Guardando in fondo al tunnel ho visto la luce. Nelle case terremotate la luce ti dice che c’è qualcosa che manca. Sì perché anche quella porta non c’è più. Travolta dalle ruspe che stanno togliendo i resti dell’orrore. Allora ho fatto il giro delle macerie, sono tornato su via Oppieti, sono andato all’angolo di via dei Calzolai. E’ quasi l’una. I vigili del fuoco sono a pranzo. Incrocio due ragazzi, due amici dei miei figli. Sono vicini alla loro casa segnata dalla scossa. Mi salutano e vanno via lungo la strada pavimentata dalla polvere. Via dei Calzolai, partendo da “pee murije” (come in dialetto veniva indicato quell’incrocio - la frase significa “ai piedi del piccolo muro”), è irriconoscibile. Proprio davanti alla mia porticina è arrivato il lavoro dei vigili del fuoco. Più in là non si può andare, perché c’è una montagnola di sassi confusi. Mi avvicino.
    6 settembre 2009
     

    Trova Indirizzi Utili

    Annunci

    • Vendita
    • Affitto
    • Casa Vacanza
    • Regione
    • Provincia
    • Auto
    • Moto
    • Modello
    • Regione
    • Regione
    • Area funzionale
    • Scegli una regione
    Tutte
    PROMOZIONI
     PUBBLICITÀ

    Negozi

    ilmiolibro