di Claudio Lattanzio
PRATOLA PELIGNA. «Solo due minuti, ma voglio salutare per l’ultima volta mia figlia»: ha detto così, scortato dagli agenti di polizia penitenziaria del carcere di Sulmona, Vincenzo Marruccelli, varcando il cancello del cimitero ormai vuoto dove poco prima erano stati celebrati i funerali di Irene, che lui stesso ha ucciso martedì scorso con un colpo di pistola alla testa.
IL PIANTO. Davanti alla bara bianca coperta dai fiori lasciati dagli amici della figlia di 25 anni, l’uomo è scoppiato in un pianto dirotto. Poi ha detto agli agenti: «Adesso possiamo andare».
RITORNO IN CELLA. Così è risalito sul cellulare, scortato dagli ex colleghi di lavoro, ed è rientrato nel supercarcere di via Lamaccio.
IL FUNERALE. Poco prima, alle 10.30, nel piccolo cimitero era stato celebrato il il funerale. Il corteo funebre, a piedi, ha attraversato la frazione di San Pietro di Bagnaturo passando davanti alla piccola chiesa dedicata al Papa del gran rifiuto, resa inagibile dal terremoto. Poi la breve rampa che porta al cimitero. Nella piccola cappella del camposanto don
Gaetano Acciaccaferri, parroco della piccola comunità, ha officiato la messa insieme a don
Lucio, originario del Casertano e cugino di famiglia, e don
Antonio Lattanzio, vicino di casa della famiglia Marruccelli.
L’ASSOLUZIONE. Durante l’omelia, don Antonio, ha «assolto» l’assassino. Per la breve visita al cimitero l’uomo ha avuto l’
autorizzazione dal gip
Massimo De Cesare, che ha permesso all’ ex agente di polizia penitenziaria dimesso l’anno scorso per «cause di servizio», di lasciare momentaneamente il carcere di Sulmona, dove ora è rinchiuso e dove per anni ha lavorato a contatto con i detenuti. «Non meriterebbe nemmeno un giorno di carcere», ha detto don Antonio Lattanzio, «sono gesti inconsulti dettati dalla stanchezza della mente e da una situazione diventata insostenibile. Ma la legge umana deve fare il suo corso. Meno male che c’è quella divina, con il Signore che ci legge dentro e sa che cosa merita ognuno di noi. Un giudizio inappellabile che legge nei nostri sentimenti: è il mistero del peccato e della disobbedienza che Gesù ha poi pagato di persona».
L’APPELLO. Don Gaetano ha chiesto perdono e solidarietà per chi non è riuscito a evitare la morte di Irene, facendo un appello alla sua comunità ma soprattutto alle istituzioni di lavorare «affinché non si verifichino più tragedie come quella a cui abbiamo assistito».
LA FAMIGLIA PERDONA. E la famiglia, tramite l’avvocato
Adele Buccini, che difende Vincenzo Marruccelli insieme all’altro avvocato
Alessandro Scelli, ha fatto quadrato attorno all’assassino, affermando di essergli vicino: «Non ce la sentiamo di condannarlo».
30 agosto 2009