di Antonio De Frenza
L’AQUILA. Nell’incontro tra un salesiano piemontese e un “cumenda” milanese non si dovrebbe rischiare la noia. Così si prevede per l’incontro di domani tra il Cardinal Tarcisio Bertone, sottosegretario di Stato, e Silvio Berlusconi, durante la cena nel ristorante Federico II in via Strinella (pasto frugalissimo, addirittura da consumarsi in piedi) ospiti, con gli 11 vescovi abruzzesi e molisani, con Gianni Letta e con i ministri Mara Carfagna e Gianfranco Rotondi, del comitato organizzatore dell’Anno celestiniano.
Il rigido protocollo della segreteria di stato non prevede però un faccia a faccia. Nella sala del ristorante ci saranno un centinaio di persone, impossibile trovare momenti per colloqui privati. Inoltre il cardinal Bertone non parteciperà al corteo della Perdonanza nel quale sfilerà il premier. Bertone si limiterà ad aspettare l’arrivo del corteo accanto alla Porta Santa della Basilica di Collemaggio, prima della vestizione che precederà la messa.
C’è però da scommettere che il Cavaliere troverà il modo di parlargli. Berlusconi arriva all’appuntamento con Bertone alla fine dell’estate più difficile della sua carriera di uomo politico e di marito, mentre con il Vaticano i rapporti sono ai minimi storici. Tanto che la Stampa non ha avuto sospetti quando nei giorni scorsi ha pubblicato una falsa immagine della prima pagina dell’Avvenire, il quotidiano dei vescovi, con un titolo che suonava così: «Silvio, adesso basta». Dove il virgolettato era riferito addirittura a papa Benedetto XVI. Parlare con Bertone è dunque importante.
Il salesiano è uomo pragmatico e abituato alle cause difficili (nel
2001 gli fu affidato il caso del cardinal Milingo e del suo
matrimonio con Maria Sung), è anche uomo amante dello sport (è
tifoso juventino e un paio d’anni fa dichiarò che il Vaticano
avrebbe potuto allestire una squadra di calcio all’altezza dell’I
nter o del Milan), e uomo di comunicazione (uno dei padri
spirituali del suo ordine è il savoiardo san Francesco di Sales,
patrono dei giornalisti): dunque i due sapranno trovare i toni
giusti. Anche se nessuno si aspetta l’impossibile. Cioè che a
Berlusconi la Chiesa conceda l’indulgenza plenaria speciale,
decretata dal papa per i pellegrini dell’anno celestiniano, a cui
il premier non sarebbe insensibile. Ieri il portavoce della curia
aquilana, don Claudio Tracanna, ha spiegato bene il caso: per
ottenere l’indulgenza bisogna essere pentiti, confessarsi, ottenere
l’assoluzione, fare la comunione. Ma per chi è divorziato, come
Berlusconi, è impossibile comunicarsi, soprattutto in un’occasione
così pubblica come la prima Perdonanza aquilana del dopo terremoto.
Altra cosa, si riflette nei palazzi della curia, sarebbe un
pentimento più privato, lontano dalle telecamere e dai taccuini dei
giornalisti, che potrebbe aprire forse le porte all’eucaristia. Un
desiderio che il premier ha espresso in più occasioni: «Eccellenza,
lei che può, faccia di tutto e interceda affinché anche noi
divorziati si possa ricevere l’eucaristia», disse nel giugno dello
scorso anno al vescovo di Tempio Pausaria Sebastiano Sanguinetti (l’
avrebbe forse chiesto anche a papa Ratzinger nell’incontro privato
che inutilmente ha cercato di ottenere?).
Ma giugno 2008 era un secolo fa. Non c’era ancora il
Papi-Berlusconi. Non c’erano le «Dieci domande di Repubblica» e poi
le «Nuove dieci domande di Repubblica» su Noemi Letizia e i suoi
familiari, sulle feste a palazzo Grazioli e sul vasto e ciarliero
mondo delle escort. Non c’erano le ironie dei giornali esteri sulla
«dipendenza sessuale del presidente del consiglio», non c’erano
soprattutto le dichiarazioni addolorate, ma affilate, della signora
Veronica Lario che annunciava la separazione da un uomo «malato»
che «frequenta minorenni».
Paradossalmente, nel marasma mediatico nel quale è precipitato, è
stato il terremoto aquilano a dare una certa stabilità a
Berlusconi. Il premier è venuto all’Aquila 21 volte. Nessuno tra le
tende gli chiede di Noemi o di Patrizia D’Addario. Va sui cantieri,
studia i progetti, stringe le mani degli operai e dei volontari,
incoraggia gli sfollati. Ora viene anche alla Perdonanza, primo
capo del governo nella storia della celebrazione. Se non l’i
ndulgenza plenaria, almeno una tregua non la troverebbe immeritata.
27 agosto 2009