di Michela Corridore
FOSSA. Per secoli è stata custodita dalla terra, le sue origini sono avvolte nel mistero e persino la sua localizzazione è un’incognita. Ma le indagini archeologiche, condotte dall’inizio dell’estate a Fossa, hanno portato alla luce le prime testimonianze dell’antica città di Aveja. La «caccia» all’antica città è cominciata a giugno: le ricerche sono state dirette dall’Istituto nazionale di archeologia e storia dell’arte di Roma con la partecipazione della Soprintendenza abruzzese, di quattro università italiane (Foggia, Chieti, La Sapienza di Roma e L’Orintale di Napoli) e dell’Ateneo francese di Amiens, oltre alla collaborazione del Comune di Fossa. Dell’antica città non si hanno molte notizie: presumibilmente è rimasta attiva tra il IV secolo avanti Cristo e il VI dopo Cristo nella zona bassa di Fossa. Le indagini archeologiche, concluse in questi giorni, si sono soffermate su quattro siti nella zona del campo sportivo e della tendopoli del paese e si sono concentrate, in particolare, sullo studio delle antiche mura della città che erano solo in parte visibili all’inizio delle ricerche.
«Queste costituiscono i resti più imponenti e significativi della città romana», spiega Fabrizio Pesando dell’Università di Napoli L’Orientale, «ad Aveja nel I secolo dopo Cristo vennero inseriti sia gli edifici di carattere pubblico, come basilica, teatro, anfiteatro, e sacro, come templi e santuari, caratteristici delle città romane dell’epoca, sia strutture residenziali e commerciali, domus e botteghe. L’intera area, estesa su una ventina di ettari, venne c
ircondata da un articolato sistema di fortificazioni». Solo una
parte di queste fortificazioni sono ancora visibili. «Gli scavi
hanno permesso per la prima volta di documentare i resti delle mura
che delimitavano la città bassa presso l’angolo sud-est», continua
Pesando, «per proteggere al meglio questo settore, considerato
evidentemente molto vulnerabile, alle mura fu addossata una
semitorre, destinata ad accogliere le macchine da guerra, catapulte
e baliste, utilizzabili durante gli assedi».
Anche questa costruzione è stata ritrovata durante lo scavo e
doveva essere formata da piccoli blocchi irregolari che creano una
tessitura di tipo poligonale. «Dall’esterno, una canalizzazione,
portava in città dell’acqua convogliata probabilmente da un corso
situato in prossimità della città», spiega il docente. I saggi
estivi dovranno essere approfonditi in un secondo momento, come
spiega il vicesindaco di Fossa, Giacomo Di Marco. «Contiamo»,
afferma, «di poter realizzare prospezioni con il georadar sul
terreno, già da novembre». Queste indagini permetterebbero agli
studiosi di capire se il sottosuolo custodisce altre testimonianze
di strutture in muratura dell’antica città. Il terremoto non ha
creato solo danni: dopo il sisma, infatti, è stato necessario
mettere in atto lavori di puntellamento, recupero e restauro che in
alcuni casi hanno portato alla luce i tesori nascosti del
territorio.
Ma in questo periodo sono state numerose anche le indagini
archeologiche: oltre a quella a Fossa, alla ricerca dell’antica
Aveja, sono state condotte delle ricerche a Preturo per la
realizzazione della strada di collegamento all’aeroporto che hanno
portato alla luce una villa romana e a Peltuinum sono state scavate
ben 35 tombe appartenenti a una grande necropoli in uso tra l’VIII
e il primo secolo avanti Cristo che non era conosciuta
precedentemente.
13 agosto 2009