di Domenico Ranieri
L’AQUILA. La città dalle mille ferite sembra quasi aggrapparsi al primo presidente di colore della storia degli Stati Uniti d’America. Barack Obama, l’uomo capace di riaccendere le speranze del mondo, oggi ha lo sguardo triste. «Mister President» è in maniche di camicia, ma anche in mezzo alle macerie del centro storico non difetta di eleganza. Per il capoluogo d’Abruzzo, che per tre giorni sarà la capitale del mondo, la sua presenza rappresenta un evento forse irripetibile.
La sua giornata in Abruzzo inizia alle 12.15. La carovana di auto imbocca la strada che dall’aeroporto conduce a Coppito e per alcuni minuti lungo il tragitto non si muove una foglia.
L’ARRIVO. Accolto dal sorriso di
Silvio Berlusconi come un amico di vecchia data Obama ricambia con entusiasmo e tra pacche sulle spalle e battute conquista subito il primato della simpatia. Evita per quanto è possibile le auto elettriche e, dentro la caserma della Guardia di finanza, preferisce muoversi a piedi. Sotto l’abito scuro spicca una camicia bianca impreziosita dalla cravatta celeste. Si muove con andatura rapida e sicura, sia che cammini tra le sale lucide del G8, sia che si muova in mezzo ai ruderi del centro storico.
All’ingresso nella sala riservata agli otto grandi saluta fotografi e cineoperatori, staccandosi nettamente dal rigoroso formalismo degli altri capi di Stato e primi ministri.
Il meglio di sè, però, Obama lo dà fuori dall’ufficialità. In attesa del suo arrivo in centro, i vigili del f
uoco, posizionati ogni 200 metri con un dispositivo denominato Pid,
da ore tengono sotto controllo l’eventuale presenza di
radioattività, di cariche batteriologiche e di elementi chimici.
Uno dei capi della sicurezza è una donna che è sul posto per
controllare ogni dettaglio.
IL CANE. Nella città fantasma all’improvviso si
materializza un cane pastore abruzzese, spuntato da chissaddove.
Indossa un collare verde, gironzola indisturbato e poi sparisce in
un vicolo. Anche la sicurezza a stelle e strisce stavolta viene
colta di sorpresa.
OBAMA IN CENTRO. Alle 18.29 in piazza Duomo arriva Obama
dopo aver percorso un piccolo tratto di strada a piedi, dall’a
ltezza del bar Nurzia, accompagnato dal suo entourage, da
Berlusconi e da
Guido Bertolaso. Davanti alla
strada che conduce alla prefettura è atteso dal presidente della
Regione,
Gianni Chiodi, dalla presidente della
Provincia,
Stefania Pezzopane e dal sindaco dell’A
quila,
Massimo Cialente. Obama arriva in maniche
di camicia leggermente arrotolate. Altero e sorridente saluta con
cordialità. «Welcome presidente, ammiro molto quello che sta
facendo per la pace nel mondo e per i diritti umani, faccia
qualcosa per noi», la supplica della Pezzopane. «Sono molto
commosso e vi sono molto vicino», la sua risposta, «ho seguito fin
dall’inizio la vostra tragedia e il mio Paese vi aiuterà nella
ricostruzione che è molto importante per gli studenti, il futuro è
nei giovani».
Poi il presidente Usa si muove verso la prefettura, volge spesso lo
sguardo in alto, colpito dalla bellezza delle chiese e dei palazzi,
pur rovinati, ma turbato dalla distruzione. Davanti alla prefettura
parla con Berlusconi, osserva la chiesa di San Marco, sostenuta
dalle cinghie. Per qualche minuto i vigili del fuoco interrompono i
lavori. Guidato da Berlusconi il presidente Usa torna in piazza
Duomo.
LA FOTO CURIOSA. Nuovo incontro con le istituzioni e
arriva il momento della foto. Obama è vicino alla Pezzopane, si
rende conto della differenza di altezza e non fa fatica ad
abbassarsi sulle ginocchia. Sorrisi, applausi e poi le strette di
mano ai vigili del fuoco. «Ragazzi avete fatto un grande lavoro, i
nostri pompieri vi apprezzano e vi ammirano». In piazza Duomo non
passano inosservati i tiratori scelti appostati sui palazzi meno
danneggiati. Il presidente americano si accomiata con un «how do
you say God bless you», che Dio vi benedica e si allontana
sussurrando un «grazie».
9 luglio 2009