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ONNA. Il dolore e la rabbia. Sono i due sentimenti che in questi giorni stanno segnando gli abitanti di Onna, il paese che il 6 aprile ha perso 41 dei suoi 350 abitanti e che è distrutto al 90 per cento. Il dolore è quello per chi non c’è più. Ieri pomeriggio, nella chiesa tenda c’è stata una cerimonia funebre per l’ultimo saluto a Dora Colaianni.
La «postina», 83 anni, gravemente ferita nella notte del sisma, è deceduta giovedì nell’ospedale di Pescara senza mai riprendere conoscenza. La rabbia è perché dopo 40 giorni di grande solidarietà, visite continue da parte di tutte le autorità istituzionali, alla prima, vera decisione importante per ridare una speranza agli onnesi, il paese è stato dimenticato.
Onna, infatti, non compare fra le zone dove saranno realizzate le case di legno che dovrebbero ospitare gli sfollati per alcuni anni, fino alla ricostruzione vera e propria.
Nessuno, fra i dirigenti della Pro loco e dell’associazione Onna onlus che stanno dando voce agli abitanti, sa spiegarsi il perché di tale esclusione.
«Indiscrezioni», afferma Marco Carpini, «dicono che la zona di Onna non sia stata scelta perché sarebbe zona alluvionale. Qualcuno dovrebbe spiegarci allora perché in questa zona alluvionale, nei pressi del fiume Aterno, è stato realizzato parte del Nucleo industriale di Bazzano, quello che dalla strada provinciale per Monticchio arriva quasi a ridosso dell’attuale tendopoli di Onna».
Gli onnesi non intendono polemizzare con nessuno: riconoscono l’impegno della protezione civile
, a partire dal sottosegretario Guido Bertolaso, delle forze dell’o
rdine e di tutti enti locali. Chiedono però di essere ascoltati.
Una richiesta, quella dell’ascolto, che è stata fatta sin dai primi
momenti di una tragedia che ha sconvolto decine di famiglie.
Gli onnesi non vogliono essere dispersi. Pro loco e Onna Onlus
hanno anche individuato possibili aree dove realizzare le casette
(un centinaio) e di questo vorrebbero discuterne sapendo che,
magari, bisognerà fare passi indietro e accettare soluzioni diverse
ma che siano sempre nei pressi del vecchio borgo.
Gli abitanti temono che una «deportazione» in luoghi più o meno
lontani disgreghi il tessuto civile e condizioni di fatto anche la
ricostruzione. «Difenderemo la nostra identità», ha detto Franco
Papola, presidente della Onlus, «su questo saremo compatti e
combattivi».
Ieri Pasquale Pezzopane, imprenditore di Onna che in quella notte
in cui la storia è cambiata, ha perso le figlie Benedetta di 27
anni e Susanna di 16, ha consegnato al Centro una sua riflessione,
la prima dopo 40 giorni di dolore e lutto che tolgono ogni forza,
anche quella di parlare. «Ora però non si può tacere», ha detto
Pezzopane, «non devono toglierci anche la dignità, ecco perché ho
deciso di scrivere le mie considerazioni».
Ecco la sua riflessione: «A più di un mese dal sisma che ci ha
colpito sono qui a tirare le somme della situazione attuale che si
distingue, per noi che siamo a Onna, emergenza nell’emergenza, da
un immobilismo asfissiante. Nulla è stato fatto per recuperare quel
poco paese che è rimasto. Nulla è stato fatto per demolire gli
immobili che rischiano di cadere su case parzialmente recuperabili.
Nulla è stato fatto per recuperare quel poco che è possibile
ritrovare fra le macerie, ricordi della vita che abbiamo vissuto.
Forse dobbiamo solo aspettare che tutto si deteriori e diventi
irrecuperabile. Oggi noi abbiamo una grande incertezza per il
futuro, più di quella che avevamo il giorno del sisma. Su una cosa
siamo però oltremodo determinati: nessuno di noi andrà via da Onna,
non permetteremo l’annientamento della nostra comunità attraverso
quella che mi sento di definire una “deportazione”. La soluzione
per noi è semplice: siamo una piccola comunità e ci vuole poco a
trovare il sito per impiantare le casette di legno necessarie a
ospitarci per tutto il periodo della ricostruzione.
Sempre relativamente al nostro futuro leggiamo ripetutamente sulla
stampa di spinte a variare il piano regolatore per inglobare altri
nostri territori nel Nucleo industriale. Siamo determinati a
ostacolare questo disegno specialmente alla luce di quanto è
avvenuto per il vecchio nucleo industriale che ora ospita quasi
esclusivamente supermercati, centri commerciali ed empori. Chi
spinge per avere altro territorio faccia una azione coraggiosa e
cominci a riconvertire gli ex capannoni oggi diventati di uso
commerciale in capannoni industriali.
Non vogliamo e non possiamo, anche per il rispetto delle 41
vittime che abbiamo avuto, permettere che si speculi sul nostro
dolore. Non c’è sciacallaggio peggiore di quello che si cela dietro
la solidarietà, dietro le facce di circostanza e intanto cura le
proprie clientele e cerca in ogni modo il proprio tornaconto.
Abbiamo perso gli affetti, abbiamo perso le case, ci rimane la
nostra dignità e quella, stiano tutti sicuri, non la perderemo».
17 maggio 2009